Il sole era vicino al tramonto, e Sant'Aubert sollecitò il mulattiere; egli sentivasi assai debole, e desiderava vivamente il riposo; dopo una sì faticosa giornata la sua inquietudine non si calmò, osservando un gran treno d'uomini, di muli e di cavalli carichi, che sfilavano pei sentieri dell'opposto monte, e siccome i boschi ne celavano spesso il cammino, non si poteva precisarne il numero: qualcosa di brillante, come d'armi risplendeva agli ultimi raggi del sole e la divisa militare si distingueva sui primi, e su qualche individuo sparso fra la comitiva. Appena furono nella valle, un'altra banda uscì dai boschi, ed i timori di Sant'Aubert aumentarono, non dubitando non fossero tanti contrabbandieri arrestati nei Pirenei, e scortati dalla soldatesca.
I viaggiatori avevano errato tanto nelle montagne che s'ingannarono nei loro calcoli, e non poterono giungere a Montignì prima della notte. Traversarono la valle, e notarono sopra un rustico ponte che riuniva due coste, un crocchio di fanciulli i quali divertivansi a lanciar sassi nel torrente; le pietre nel cadere, facevano spruzzar colonne d'acqua mandando un sordo fragore ripercosso alla lontana dagli echi dei monti. Sotto il ponte scoprivasi tutta la valle in prospettiva, una cateratta in mezzo alle rupi, ed una capanna sopra una punta protetta da annosi abeti. Quell'abitazione parea dovesse esser vicina ad una piccola città. Sant'Aubert fece fermare: chiamò i ragazzi, e lor chiese se Montignì fosse molto lontano; ma la distanza, lo strepito delle acque non gli permisero di farsi udire, e la ripidezza delle montagne che sostenevano il ponte era troppa perchè tutt'altri fuor d'un alpigiano pratico potesse ascenderle. Sant'Aubert dunque dovette decidersi a continuare col favore del crepuscolo la strada, la quale era talmente disagiosa che parve miglior consiglio scendere di vettura. La luna cominciava a spuntare, ma tramandava troppo fioca luce; e' camminavano a caso in mezzo ai pericoli. In quel punto si udì la campana d'un convento; la fitta tenebria impediva la vista dell'edifizio, ma il suono pareva venire dai boschi che coprivano il monte di destra. Valancourt propose d'andarne in cerca. « Se non troviam ricovero in quel convento, » dicea egli, « almeno c'indicheranno la distanza o la posizione di Montignì. » E si mise a correre senza aspettar risposta; ma Sant'Aubert lo richiamò dicendogli: « Io sono orribilmente stanco, ho bisogno di pronto riposo; andiamo tutti al convento; il vostro robusto aspetto sventerebbe i nostri disegni; ma quando si vedrà il mio spossamento e la stanchezza d'Emilia, non ci si negherà ricetto. »
Sì dicendo, prese il braccio d'Emilia, e raccomandando a Michele d'aspettarlo, seguì il suono della campana e salì dalla parte dei boschi, ma a passi vacillanti. Valancourt gli offerse il braccio cui accettò. La luna venne a rischiarare il sentiero, e lor permise in breve di scorgere torri che sorgevano sul colle. La campana continuava a guidarli; entrarono nel bosco, ed il fioco chiarore della luna divenne più incerto per l'ombra ed il tremolio delle foglie. L'oscurità, il cupo silenzio, quando la campana non suonava, la specie d'orrore ispirato da un luogo sì selvaggio, tutto riempì Emilia d'uno spavento che la voce e la conversazione di Valancourt poteva solo diminuire. Dopo alcun tempo di salita, Sant'Aubert, si lamentò, e tutti sostarono sur un erboso poggio, dove gli alberi, più radi, lasciavan godere il chiaro della luna. Sant'Aubert sedette sull'erba tra i due giovani. La campana non suonava più, e la quiete notturna non era interrotta da strepito veruno, avvegnacchè il fragor sordo di qualche lontano torrente paresse accompagnare, anzichè turbare il silenzio.
Avevano allora sott'occhio la valle testè lasciata. La luce argentea che ne scopriva le fondure, riflettendo sulle rupi e le selve di sinistra, contrastava colle tenebre, onde i boschi a destra erano come avvolti. Le cime sole erano illuminate a sbalzi; il resto della valle perdeasi in seno ad una nebbia, di cui lo stesso chiaro di luna non serviva che a crescere la foltezza. I viaggiatori ristettero alcun tempo a contemplare quel bell'effetto.
« Simili scene, » disse Valancourt, « dilettano il cuore come i concenti di deliziosa musica; chiunque ha gustata una volta la melanconia ch'esse ispirano non vorrebbe mutarne l'impressione per quella dei più squisiti piaceri. Elleno destano i nostri più puri sentimenti; dispongono alla benevolenza, alla pietà, all'amicizia. Coloro ch'io amo, parvemi sempre d'amarli assai più in quest'ora solenne. » Tremogli la voce, e sostò.
Sant'Aubert nulla dicea. Emilia vide cadere una lagrima sulla mano cui stringeva tra le proprie. Indovinonne ben essa il pensiero; anche il suo era corso alla pietosa memoria della genitrice. Ma Sant'Aubert, rianimandola: « Oh sì, » disse reprimendo un sospiro, « la memoria di quelli che noi amiamo, di un tempo trascorso per sempre, gli è in questo istante che si posa sulle anime nostre! È come una melodia lontana in mezzo al silenzio delle notti, come le tinte raddolcite di questo paesaggio. » Poscia, dopo una pausa, continuò: « Io ho sempre creduto le idee più lucide a quest'ora che in qualunque altra, ed il cuore che non ne riconosce l'influenza, è di certo un cuore snaturato. Vi son tanti.... »
Valancourt sospirò.
« Ve ne sono dunque molti? » disse Emilia. — Fra alcuni anni forse, cara figlia, » rispose Sant'Aubert, « tu sorriderai ricordandoti tale domanda, se tuttavolta questa memoria non ti strapperà le lagrime. Ma vieni, mi sento un po' meglio. Andiamo innanzi. »
Uscirono finalmente dal bosco, e videro sopra un'eminenza il convento cui aveano tanto cercato. Un muro altissimo che lo circondava li condusse ad un'antica porta; bussarono, ed il laico che venne ad aprire li condusse in una sala vicina, pregandoli di aspettare fino a che fosse avvertito il superiore. Nell'intervallo, comparvero parecchi frati ad osservarli con curiosità; poco stante ritornò il laico e li scortò innanzi al superiore. Egli sedeva in un seggiolone; aveva un grosso libro davanti a sè, sostenuto da vasto leggìo. Ricevè garbatamente i viaggiatori senza alzarsi, fece loro poche interrogazioni, ed acconsentì alla loro domanda. Dopo una brevissima conferenza, fatti i debiti complimenti, furono condotti in una stanza, ove si preparava la cena, e Valancourt, accompagnato da un frate, andò a cercare Michele, la carrozza ed i muli. Appena ebbe scesa la metà della strada, udì la voce del mulattiere, il quale chiamava i nostri viaggiatori per nome. Convinto, non senza difficoltà, che tanto lui, quanto il suo padrone non avevano più nulla da temere, si lasciò condurre in una capanna vicino al bosco. Valancourt tornò in fretta a cenare cogli amici, ma Sant'Aubert soffriva troppo per mangiare con appetito. Emilia, assai inquieta per suo padre, non sapeva pensare a sè medesima, e Valancourt, mesto e pensieroso, ma sempre occupato di loro, non pensava ad altro se non a confortare ed incoraggire Sant'Aubert. Separatisi presto, si ritirarono nelle loro stanze. Emilia dormì in un gabinetto contiguo alla camera del padre; trista, pensierosa ed occupata soltanto dello stato di languore in cui lo vedeva, coricossi senza speranza di riposo.
Due ore dopo una campana squillò, e passi precipitosi percorsero i corridoi. Poco esperta degli usi claustrali, Emilia spaventossi; i suoi timori, sempre vivi pel padre, le fecero supporre che stesse più male; si alzò in fretta per correre da lui, ma essendosi fermata un momento all'uscio onde lasciar passare i frati, ebbe tempo di riaversi, di riordinare le idee, e comprendere che la campana aveva suonato mattutino. Questa campana non suonava più, tutto era quiete, ed essa non andò più oltre; ma, non potè dormire, ed allettata d'altra parte dal fulgore d'una splendida luna, aprì la finestra e si mise a rimirar il paese.