Intanto, Sant'Aubert ed Emilia eransi accostati alla capanna e riposavano sopra una panca campestre situata fra due pini ed ombreggiata dalle loro frondi; avean guardato a Valancourt, ed aspettavano che li raggiungesse.
Il maggiore de' ragazzi aveva lasciato il giuoco per rimirar i viaggiatori; ma il piccino continuava i suoi salti e tormentava il fratello perchè tornasse ad aiutarlo. Sant'Aubert considerava con piacere quella fanciullesca semplicità, quando d'improvviso tale spettacolo, rammentandogli i figli perduti in quella fresca età, ed in ispecie la loro diletta madre, lo fece ricadere nella mestizia. Emilia, accortasene, cominciò una di quelle ariette commoventi cui egli tanto prediligeva, e ch'ella sapeva cantar colla massima grazia ed espressione. Il padre le sorrise attraverso le lagrime, le prese la mano, la strinse teneramente e cercò bandire i malinconici pensieri. Essa cantava ancora, quando Valancourt tornò; egli non volle interromperla, e sostò ad ascoltare. Quand'ebbe finito, accostossi e narrò d'aver trovato Michele ed anche una strada per ascendere il dirupo. Sant'Aubert, a tai parole, ne misurò coll'occhio la tremenda altezza; sentivasi oppresso, e la salita pareagli spaventosa. Il partito però sembravagli preferibile ad una strada lunga e scabrosa affatto; risolse di tentarlo, ma Emilia, sempre premurosa, gli propose di pranzare in prima, onde ristorar alquanto le forze, e Valancourt tornò alla vettura a cercarvi provvigioni.
Al ritorno, propose di collocarsi un po' più in alto, essendovi la vista più bella ed estesa. Stavano per recarvisi, quando videro una giovane accostarsi ai ragazzi, accarezzarli, e piangere amaramente.
I viaggiatori, interessati dalla di lei sventura, sostarono a meglio osservarla. Essa prese in braccio il minore de' figli, e scorti i forestieri, si terse le lagrime in fretta ed accostossi alla capanna. Sant'Aubert le chiese la causa della di lei afflizione. Gli diss'ella che suo marito era un povero pastore, il quale tutti gli anni passava la state in quella capanna per condur a pascere un armento sui monti. La notte precedente aveva perduto tutto; una banda di zingari, i quali da qualche tempo infestavano la contrada, avean rapite tutte le pecore del suo padrone. « Jacopo, » aggiunse la donna, « avendo accumulato qualche peculio, avea comperato poche pecore per noi; ma adesso bisognerà darle per sostituire il gregge tolto al padrone; il peggio si è che quando questi saprà la cosa, non vorrà più affidarci i suoi montoni; è un uomo cattivo; ed allora, che cosa sarà de' nostri figliuoli? »
L'atteggiamento di quella donna, la semplicità del suo racconto ed il suo sincero dolore indussero Sant'Aubert a crederne la trista storia. Valancourt, convinto ch'era vera, chiese tosto quanto valesse il gregge rubato; allorchè lo seppe, rimase sconcertato. Sant'Aubert diè qualche moneta alla donna; Emilia vi contribuì col suo borsellino, e quindi avviaronsi al luogo convenuto. Valancourt restò di dietro parlando colla moglie del pastore, la quale allora piangeva per la gratitudine e la sorpresa; le chiese quanto le mancasse ancora per ripristinare il gregge rapito. Trovò che la somma era quasi la totalità di quanto portava seco. Stava egli incerto ed afflitto. — Tale somma, dicea tra sè, basterebbe alla felicità di questa povera famiglia; sta in poter mio il darla, e renderli lieti e contenti; ma come farò poi io? come tornerò a casa col poco che mi resterà? — Esitò alcun tempo; trovava una voluttà singolare a salvare una famiglia dalla rovina, ma sentiva la difficoltà di proseguir la sua strada col poco danaro che avrebbesi riservato.
Stava così perplesso, quando comparve lo stesso pastore. I figliuoli gli corsero incontro; egli ne prese uno in braccio, e coll'altro attaccato alla cintola, inoltrò a lenti passi. Il suo aspetto abbattuto, costernato, decise Valancourt; gettò tutto il danaro che avea, tranne pochi scudi, e corse dietro a Sant'Aubert, il quale, sorretto da Emilia, incamminavasi verso l'erta. Il giovane non erasi mai sentito l'animo sì leggero; il cuore balzavagli dalla gioia, e tutti gli oggetti a lui intorno parevano più belli ed interessanti. Sant'Aubert osservò i di lui trasporti, e gli disse:
« Che cos'avete che sì v'incanta?
— Oh! la bella giornata! » sclamava Valancourt; « come splende il sole, come pura è l'aura qual sito magico!
— E stupendo! » disse Sant'Aubert, la cui felice esperienza spiegava facilmente l'emozione di Valancourt; « peccato che tanti ricchi, i quali potrebbero procurarsi a piacimento uno splendido sole, lascino avvizzir i lor giorni nelle nebbie dell'egoismo! Per voi, mio giovine amico, possa sempre il sole sembrarvi bello quant'oggi; possiate voi, nell'attiva vostra beneficenza, riunir sempre la bontà e la saviezza! »
Valancourt, onorato di tal complimento, non potè rispondere se non con un sorriso, e fu quello della gratitudine.