Continuarono a traversare il bosco tra le fertili gole de' monti. Giunti appena nel sito ove volean recarsi, tutti insieme proruppero in un'esclamazione; dietro ad essi, la rupe perpendicolare sorgeva a prodigiosa altezza e spartivasi allora in due punte egualmente alte. Le loro grige tinte contrastavano collo smalto de' fiori sbuccianti tra i crepacci; i burroni sui quali l'occhio scorrea rapido per ispingersi giù nella valle, erano sparsi anch'essi d'arboscelli; più giù ancora, un verde tappeto indicava i castagneti, in mezzo a' quali scorgeasi la capanna del povero pastore. Da ogni parte, i Pirenei ergeano le maestose cime; talune, carche d'immensi massi di marmo, mutavan colore ed aspetto nel medesimo tempo del sole; altre, ancor più alte, mostravan soltanto le nevose punte, e le basi colossali, uniformemente tappezzate, coprivansi sin giù nella valle di pini, larici e verdi querce. Questa valle, benchè stretta, era quella che conduceva al Rossiglione; i freschi pascoli, la doviziosa coltura contrastavano stupendamente colla grandiosità delle masse circostanti. Fra le catene prolungate di monti scoprivasi il basso Rossiglione, e la grande lontananza, confondendo tutte le gradazioni, parea riunir la costa ai candidi flutti del Mediterraneo. Un promontorio su cui sorgeva un faro indicava solo la separazione ed il lido; stormi d'uccelli marini volavano intorno. Più lungi però distinguevansi alcune bianche vele; il sole ne aumentava il candore, e la lor distanza dal faro ne facea giudicar la celerità; ma eravene di sì lontane, che servivan soltanto a separare il cielo ed il mare.

Dall'altra parte della valle, proprio in faccia ai viaggiatori, eravi un passaggio fra le rocce, che guidava in Guascogna. Costà, nessun vestigio di coltura; gli scogli di granito ergevansi spontaneamente dalle basi, trapassando i cieli colle sterili aguglie; costà, nè foreste, nè cacciatori, nè tuguri: talvolta però un gigantesco larice gettava l'immensa sua ombra sopra un incommensurabile precipizio, e talfiata una croce sopra un dirupo accennava al viaggiatore il terribil destino di qualche imprudente. Il loco parea destinato a diventare un ricovero di banditi; Emilia ad ogni istante aspettavasi a vederli sbucare; poco dopo, un oggetto non meno terribile le colpì la vista. Una forca, eretta all'ingresso del passaggio, e proprio al disopra d'una croce, spiegava bastantemente qualche tragico fatto. Evitò essa di parlarne a Sant'Aubert, ma tal vista inquietolla; avrebbe voluto sollecitare il passo per giungere con certezza prima del tramonto. Ma il padre avea bisogno di rifocillarsi, e, sedendo sull'erba, i viaggiatori votarono il paniere.

Sant'Aubert fu rianimato dal riposo e dall'aria serena di quella spianata. Valancourt era talmente estatico, talmente bisognoso di conversare, che parea aver dimenticata tutta la strada che restava da fare. Finito il pasto, fecero un lungo addio a quel sito maraviglioso e tornarono ad inerpicarsi. Sant'Aubert ritrovò la carrozza con piacere; Emilia vi salì secolui: ma volendo conoscere più minutamente la deliziosa contrada dove stavano per discendere, Valancourt slegò i suoi cani e li seguì a piedi; egli soffermavasi talvolta sopra le alture che gli offrivano un bel punto di vista; il passo delle mule permettevagli siffatte distrazioni. Se qualche luogo spiegava una rara magnificenza, tornava alla carrozza, e Sant'Aubert, troppo stanco per andar a goderne in persona, vi mandava la figlia e stavasene ad aspettarla.

Era tardi quando calarono dalle belle alture che coronano il Rossiglione. Questa magnifica provincia è incassata nelle loro maestose barriere, non restando aperta che dalla parte del mare. L'aspetto della cultura abbelliva in fondo il paesaggio, ed il piano tingevasi de' più vividi colori, e quali il lussureggiante clima e l'industria degli abitanti potevano dovunque farli nascere. Boschetti d'aranci e di limoni imbalsamavan l'aere; i lor frutti già maturi dondolavano tra le frondi, e le coste dal facile declivio facevan pompa delle più belle uva. Più lungi, selve, pascoli, città, casali, il mare, sulla cui rifulgente superficie scorrevano molte vele sparse, un tramonto scintillante di porpora; questo passo, in mezzo ai monti che lo dominavano, formava la perfetta unione dell'ameno col sublime; era la bellezza dormente in seno all'orrore.

I viaggiatori, giunti al basso, inoltrarono fra siepi di mirti e di melagrani fioriti sino alla piccola città d'Arles, dove contavan passar la notte. Trovarono un alloggio semplice, ma pulito; avrebbero passata una deliziosa sera, dopo le fatiche ed i godimenti del dì, se il momento della separazione che accostavasi non avesse sparso una nube su' loro cuori. Sant'Aubert voleva partir la domane, costeggiare il Mediterraneo e giungere così in Linguadoca. Valancourt, guarito troppo presto, ormai senza pretesto per seguire i suoi nuovi amici, dovea separarsene in quel luogo stesso. Sant'Aubert, il quale l'amava, proposegli di andar più innanzi; ma non reiterò l'invito, e Valancourt ebbe il coraggio di non accettare, per mostrare d'esserne degno. E' dovevano dunque lasciarsi la domane: Sant'Aubert per partire alla volta della Linguadoca, e Valancourt per riprendere la via de' monti onde riedere a casa. Tutta la sera non proferì sillaba, e stette soprappensieri: Sant'Aubert fu con lui affettuoso, ma però grave; Emilia fu seria, benchè cercasse di comparir allegra; e dopo una delle più malinconiche sere che mai avessero passate insieme, separaronsi per la notte.


CAPITOLO VI

Il giorno dipoi, Valancourt fece colazione coi compagni, ma nessun d'essi parea aver dormito. Sant'Aubert portava l'impronta dell'oppressione e del languore. Emilia trovava la di lui salute molto infiacchita, e le sue inquietudini crescevano del continuo: osservava essa tutti i di lui sguardi con timida premura, e la loro espressione si trovava subito fedelmente ripetuta ne' suoi.

Sin dal principio della loro conoscenza, Valancourt aveva indicato il suo nome e la sua famiglia. Sant'Aubert conosceva l'uno e l'altra, non meno che i beni delle sua casa, posseduti allora da un fratello maggiore di Valancourt, i quali distavano otto leghe circa dal suo castello; ed aveva incontrato questo fratello in qualche luogo del vicinato. Questi preliminari avevano facilitato la sua ammissione; il contegno, le maniere e l'esterior suo gli avevano guadagnata la stima di Sant'Aubert, che volentieri fidava nel proprio criterio, ma rispettava le convenienze; e tutte le buone qualità che riconosceva in lui, non gli sarebbero parse motivi sufficienti per avvicinarlo tanto alla figlia.

La colazione fu quasi taciturna, quanto eralo stata la cena della sera precedente; ma la loro meditazione fu interrotta dal romore della carrozza che doveva condur via Sant'Aubert ed Emilia. Valancourt si alzò, corse alla finestra, riconobbe la carrozza, e tornò alla sua sedia senza parlare. Il momento di separarsi era omai giunto. Sant'Aubert disse al giovane che sperava rivederlo nella valle, e che non vi sarebbe passato di certo senza onorarli di una visita. Valancourt lo ringraziò affettuosamente, e l'assicurò che non ci avrebbe mai mancato: sì dicendo guardava timidamente Emilia, la quale si sforzava di sorridere in mezzo alla sua profonda tristezza; passarono qualche minuto in un colloquio animatissimo; Sant'Aubert s'avviò alla carrozza, Emilia e Valancourt lo seguirono in silenzio: il giovane restava fermo allo sportello, e quando furono saliti pareva che nessuno avesse il coraggio di dirsi addio. In fine Sant'Aubert pronunziò la trista parola; Emilia fece altrettanto a Valancourt, che lo ripetè con un sorriso forzato, e la carrozza si mise in moto.