— Nol permetto di certo, » ripigliò Sant'Aubert, non potendo astenersi dal sorridere a quella frase; « via, torniamo sulla strada, chè non veggo alcuna apparenza di trovar qui quel che cerchiamo. »

Michele voltò con vivacità, e rifece velocemente il viale; una voce partì allora d'in fra gli alberi a sinistra; non era un comando, non un grido di dolore, ma un suono roco e prolungato che nulla avea d'umano. Michele spronò le mule senza pensare all'oscurità, nè agl'intoppi, nè alle buche, e neppure alla carrozza; nè si fermò se non quando fu uscito dal viale, e giunto sulla strada infine, rallentò il passo.

« Io sto assai male, » disse Sant'Aubert stringendo la mano della figlia, la quale, spaventata dal tuono di voce del padre, esclamò: « Gran Dio! voi state più male, e noi siamo senza soccorso; come faremo? » Egli appoggiò la testa sulla di lei spalla; essa lo sostenne fra le sue braccia, e fece fermar la carrozza. Appena il rumore delle ruote fu cessato, sentirono musica in lontananza, lo che fu la voce della speranza per Emilia, che disse: « Oh! noi siamo vicini a qualche abitazione, e potremo trovarci aiuto. » Ascoltò attenta: il suono era molto lontano, e parea venire dal fondo di un bosco, una parte del quale costeggiava la strada. Guardò dalla parte d'onde venivano i suoni, e vide al chiaro di luna qualcosa che somigliava ad un castello, ma era difficile di giungervi. Sant'Aubert stava troppo male per sopportare il più piccolo movimento: Michele non poteva abbandonare le mule; Emilia, che sosteneva ancora il padre, non voleva abbandonarlo, e temeva pur di avventurarsi sola a tal distanza, senza sapere dove ed a chi indirizzarsi: frattanto bisognava prendere un partito, e senza dilazione. Sant'Aubert disse dunque a Michele di avanzare più lentamente che gli fosse possibile, e dopo un momento svenne. La carrozza si fermò di nuovo; egli era privo affatto dell'uso dei sensi. « Ah! padre mio, mio caro padre! » gridava Emilia disperata; e credendolo in punto di morte, esclamò: « Parlate, ditemi una sola parola; ch'io ascolti anche una volta il suono della vostra voce. » Egli non rispose nulla: spaventata sempre più, ordinò a Michele di andare ad attingere acqua nel ruscello vicino; egli ne portò un poco nel suo cappello, che la ragazza spruzzò sul viso del genitore. I raggi della luna, riflettendo allora sopra di lui, mostravano l'impressione della morte. Tutti i movimenti di terrore personale cedettero in quel punto a un timore dominante, e, confidando Sant'Aubert a Michele, il quale con molta difficoltà lasciò le mule, Emilia saltò fuori della carrozza per cercare il castello che aveva veduto da lontano, e la musica che dirigeva i suoi passi, la fece entrare in un sentiero che conduceva nell'interno del bosco. Il suo spirito, unicamente occupato del padre e della sua propria inquietudine, aveva dapprincipio perduto qualunque timore; ma la foltezza degli alberi, sotto i quali passava, intercettavano i raggi della luna; l'orrore di quel luogo le rammentò il suo pericolo; la musica era cessata, e non le restava altra guida che il caso. Si fermò un poco con uno spavento inesprimibile; ma l'immagine del padre vinse ogni altro sentimento, e si rimise in cammino. Non vedeva nessuna abitazione, nessuna creatura, e non udiva il più piccolo romore; camminava sempre senza saper dove, scansava il folto del bosco e si teneva in mezzo il più che poteva; finalmente vide una specie di viale in disordine che metteva ad un punto illuminato dalla luna; lo stato di quel viale le rammentò il castello delle torrette, e non dubitò più di esserne vicina. Esitava a procedere, quando un romore di voci e scrosci di risa colpirono all'improvviso il suo udito; non era un riso di allegrezza, ma quello di una gioia smoderata, ed il suo imbarazzo crebbe d'assai. Mentre essa ascoltava, una voce in gran distanza si fece sentire dalla parte della strada ond'era partita; immaginandosi che fosse Michele, suo primo pensiero fu quello di tornare indietro, ma poi non seppe risolversi. L'ultima estremità poteva solamente aver deciso Michele a lasciare le sue mule: credè il padre moribondo, e corse con maggiore celerità, nella debole lusinga di ricevere qualche soccorso da' convitati del bosco. Il suo cuore palpitava per terribile incertezza; e più si avanzava, più il romore delle foglie secche la faceva tremare ad ogni passo. Giunse ad un luogo scoperto illuminato dalla luna; si fermò, e scorse fra gli alberi un banco erboso formato a cerchio cui stavan sedute parecchie persone. Nell'avvicinarsi, giudicò dal loro abbigliamento che dovevano essere contadini, e distinse sparse pel bosco varie capanne. Mentre guardava e si sforzava di vincere il timore che la rendeva immobile, alcune villanelle uscirono da una capanna; la musica seguitò e ricominciarono a ballare; era la festa della vendemmia, e l'istessa musica udita da lontano. Il di lei cuore, troppo lacerato, non poteva sentire il contrasto che tutti quei piaceri formavano colla propria situazione; si fece innanzi ad un gruppo di vecchi assisi vicino alla capanna, espose la sua circostanza, e ne implorò l'assistenza. Parecchi si alzarono con vivacità, offrirono tutti i loro servigi, e seguirono Emilia, che parea aver l'ali correndo verso la strada maestra.

Quando furono giunti alla carrozza, essa trovò il padre rinvenuto. Ricuperando i sensi, aveva inteso da Michele la partenza della figlia; la sua inquietudine per lei oltrepassando il sentimento dei suoi bisogni, aveva mandato Michele a cercarla; non pertanto era tuttora in istato di languore, e sentendosi incapace di andar più oltre, rinnovò le sue domande sopra un albergo, o sul castello del bosco. « Il castello non può ricevervi, » disse un contadino venerabile, il quale aveva seguito Emilia, « esso è appena abitato; ma se volete farmi l'onore di accettare il mio tugurio, vi darò il mio letto migliore. »

Sant'Aubert era francese: non istupì dunque della cortesia di un francese. Malato com'era, sentì quanto valore acquistava l'offerta, dalla maniera colla quale era fatta. Aveva troppa delicatezza per iscusarsi, o per esitare un sol momento a ricevere quell'ospitalità contadinesca; l'accettò dunque con altrettanta franchezza, quanta n'era stata adoperata nell'offerta.

La carrozza camminò lentamente, seguitando i contadini per la strada già fatta da Emilia, e giunsero alla capanna. L'affabilità del suo ospite, e la certezza di un pronto riposo, resero le forze a Sant'Aubert; egli vide con dolce compiacenza quel quadro interessante; i boschi, resi più cupi dal contrasto, circondavano il sito illuminato; ma diradandosi ad intervalli, un bianco chiarore ne facea spiccar una capanna o riflettevasi in un rigagnolo; egli ascoltò con piacere i suoni allegri della chitarra e del tamburello, ma non potè vedere senza emozione il ballo di que' villici. Non avvenne l'egual cosa di Emilia: l'eccesso dello spavento si era cambiato in una profonda tristezza, e gli accenti della gioia facendo luogo a spiacevoli confronti, servivano ancora a raddoppiarla.

Il ballo cessò all'avvicinarsi della carrozza: era un fenomeno in quei boschi remoti, e tutti la circondarono con istraordinaria curiosità. Appena intesero che vi era un forestiero ammalato, molte fanciulle traversarono il prato, tornarono immediatamente con vino e canestri di frutta, e li offersero ai viaggiatori disputandosi la preferenza. La carrozza si fermò finalmente vicino ad una casuccia decentissima, che apparteneva al venerabile condottiero; egli aiutò Sant'Aubert a scendere, e lo condusse con Emilia in una stanzetta terrena, illuminata soltanto dalla luna. Sant'Aubert, lieto di trovare il desiato riposo, si adagiò sopra una specie di poltrona. L'aria fresca e balsamica, impregnata di soavi effluvi, penetrava nella stanza dalle finestre aperte e rianimava le sue facoltà infiacchite. Il suo ospite che si chiamava Voisin, tornò immediatamente con frutta, crema, e tutto il lusso campestre che poteva somministrare il suo ritiro. Offrì tutto col sorriso della cordialità, e si mise in piedi dietro la sedia di Sant'Aubert, il quale insistè per fargli prendere posto a tavola; quando i frutti ebbero calmato la di lui sete ardente, si sentì un poco sollevato, e cominciò a discorrere. L'ospite gli comunicò tutte le particolarità relative a lui ed alla sua famiglia. Questo quadro di unione domestica, dipinto col sentimento del cuore, non poteva mancare di eccitare il più vivo interesse. Emilia, seduta vicino al padre, tenendo una mano fra le sue, ascoltava attenta il buon vecchio. Il di lei cuore era pieno di tristezza e versava lacrime, pensando che quanto prima non avrebbe più posseduto il prezioso bene di cui essa godeva ancora. Il fioco raggio della luna autunnale, e la musica che si faceva ancora sentire da lontano, s'accordavano colla sua malinconia. Il vecchio parlava della sua famiglia, e Sant'Aubert taceva.

« Non mi resta più che una figlia, » disse Voisin, « ma fortunatamente essa è maritata e mi tiene luogo di tutto. Quando morì mia moglie, » aggiuns'egli sospirando, « io andai a riunirmi con Agnese e la sua famiglia. Essa ha parecchi figli, che voi vedete ballare laggiù, allegri e grassi come tanti fringuelli. Possano eglino esser sempre così! io spero morire in mezzo a' loro, o signore: ora son vecchio, e mi resta poco da vivere; ma è una gran consolazione il morire fra i suoi figli.

— Mio buon amico, » disse Sant'Aubert con voce tremante, « voi vivrete, lo spero, lungamente in mezzo ad essi.

— Ah, signore! nella mia età, non ho molto luogo a sperarlo. » Il vecchio fece una pausa. « Eppoi lo desidero appena, » ripigliò quindi. « Ho fiducia che, se muoio, andrò difilato al cielo; la mia povera moglie vi è prima di me. La sera, al chiaro di luna, credo vederla vagolar presso questi boschi cui amava tanto. Credete voi, signore, che noi possiam visitare la terra, quando avremo lasciati i nostri corpi?