— Sì, » rispose Sant'Aubert, « ed io sono uno di quelli.

— Dunque vi ricorderete d'una bella ed eccellente signora: dessa meritava una sorte migliore. »

Sant'Aubert versò qualche lagrima.

« Basta, » diss'egli con voce quasi soffocata, « basta, amico mio. »

Emilia, sebbene sorpresissima, non si permise di manifestare i suoi sentimenti con veruna dimanda. Voisin volle scusarsi, ma Sant'Aubert l'interruppe. « L'apologia è inutile, » gli disse; « cambiamo piuttosto tema di conversazione. Voi parlavate della musica che abbiamo sentita.

— Sì, signore, ma zitto, essa ricomincia; ascoltate questa voce. »

Udirono infatti una voce dolce, tenera ed armoniosa, ma i cui suoni, debolmente articolati, non permettevano di distinguer nulla che somigliasse a parole. Ben presto essa cessò, e lo strumento che l'accompagnava intuonò teneri concenti. Sant'Aubert osservò che i tuoni n'erano più pieni e melodiosi di quelli d'una chitarra, ed anche più malinconici di quelli d'un liuto. Continuarono ad ascoltare, e non sentirono più nulla.

« Questo è strano, » disse Sant'Aubert, rompendo alfine il silenzio.

— Stranissimo, » disse Emilia.

— È vero, » soggiunse Voisin; e tacquero tutti.