Poco dopo tornò, conducendo sua figlia, giovine di amabilissima presenza. Emilia intese da lei ciò che non aveva ancora sospettato, cioè che, per dar ricovero a loro, bisognava che parte della famiglia cedesse i suoi letti. Si afflisse di questa circostanza; ma Agnese, nella sua risposta, mostrò la medesima buona grazia e l'istessa ospitalità del padre. Fu dunque deciso che parte dei figli e Michele andassero a dormire in una casa poco distante.

« Se domani io starò meglio, mia cara Emilia, » disse Sant'Aubert, « noi partiremo di buon'ora per poterci riposare durante il caldo del giorno, e torneremo a casa. Nello stato della mia salute e delle mie idee, non posso pensare se non con pena ad un viaggio più lungo, e sento il bisogno di tornare alla valle. »

Anche Emilia desiderava questo ritorno, ma si turbò sentendo una risoluzione così subitanea. Suo padre, senza dubbio, stava molto peggio di quello che voleva far credere. Sant'Aubert si ritirò per prendere un po' di riposo. Emilia chiuse la sua cameretta, e non potendo dormire, i di lei pensieri la ricondussero all'ultima conversazione relativa allo stato delle anime dopo morte. Questo soggetto l'alterava sensibilmente, dacchè non poteva più lusingarsi di conservare lungamente il padre. Ella si appoggiava pensierosa ad una finestrella aperta. Assorta nelle sue riflessioni, alzava gli occhi al cielo; vedeva il firmamento sparso d'innumerevoli stelle, abitate forse dagli spiriti incorporei; i suoi occhi erravano negli immensi spazi eterei: i di lei pensieri s'innalzavano, come prima, verso la sublimità di un Dio, e la contemplazione dell'avvenire. Il ballo era cessato, le capanne erano silenziose, l'aria sembrava appena sommuovere leggermente la sommità degli alberi; il belato di qualche pecorella smarrita, tratto tratto il suono lontano di un campanello, il romore di una porta che si chiudeva, interrompevano soli il silenzio della notte. Anzi da ultimo questi diversi suoni, che le rammentavano la terra e le sue occupazioni, cessarono del tutto: cogli occhi lagrimosi, penetrata da una rispettosa devozione, restò alla finestra fintanto che, verso mezzanotte, l'oscurità si fu estesa sulla terra, e che la stella indicata da Voisin disparve dietro il bosco. Si ricordò allora di ciò ch'egli aveva detto su tal proposito, e rammentossi la musica misteriosa; stava alla finestra, sperando e temendo nel tempo istesso di sentirla tornare; era occupata della forte commozione del padre, quando Voisin aveva annunziata la morte del marchese di Villeroy e rammentata la sorte della marchesa, e si sentiva vivamente interessata di conoscerne la causa. La di lei curiosità su questo oggetto era tanto più viva, in quanto che suo padre non aveva mai pronunziato alla di lei presenza il nome di Villeroy. La musica non si sentì: Emilia si accorse che le ore riconducevanla a nuove fatiche; pensò che bisognava alzarsi di buon mattino, e si decise di porsi a letto.


CAPITOLO VII

Emilia fu svegliata di buon'ora, come l'aveva preveduto. Il sonno l'aveva ristorata un poco; era stata invasa da sogni penosi, e la più dolce consolazione degl'infelici non aveale menomamente giovato. Aprì la finestra, guardò il bosco, respirò l'aria pura dell'aurora, e si sentì più tranquilla. Tutto il paese spirava quella frescura che sembra apportar la salute. Non si sentivano che suoni dolci e simpatici, come la campana d'un convento lontano, il mormorio delle onde, il canto degli uccelli e il muggito del bestiame, ch'essa vedeva camminare lentamente fra gli sterpi e gli alberi.

Emilia udì un movimento nella sala, e riconobbe la voce di Michele, che parlava alle sue mule ed usciva con loro da una capanna vicina: uscì essa pure, e trovò il padre, il quale erasi alzato in quel momento, e non istava meglio di prima. Lo condusse nella stanzetta dove avevano cenato la sera avanti: vi trovarono una buonissima colazione, e l'ospite e sua figlia, che li aspettavano per augurar loro il buon giorno.

« Io v' invidio questa bella dimora, amici miei, » disse Sant'Aubert nel vederli; « essa è così piacevole, così placida, così decente! E l'aria che vi si respira! Son certo che questa potrebbe forse restituirmi la salute. »

Voisin lo salutò garbatamente, e gli rispose con civiltà squisita: « La mia dimora è divenuta invidiabile, dacchè voi e questa signorina l'avete onorata della vostra presenza. »