Appena ella lo sentì parlare di questo ritorno, tutte le circostanze che dovevano accompagnarlo si presentarono alla di lei immaginazione; ebbe un nuovo accesso di dolore, e Sant'Aubert, più afflitto ancora dallo sforzo e dal ritegno fattosi, non potè trattenere le lacrime. Dopo alcuni momenti, si riebbe, e continuò: « Cara figlia, consolati; quando non esisterò più non sarai abbandonata. Ti lascio sotto l'immediata protezione della provvidenza, che non mi ha negato mai i suoi soccorsi. Non mi affliggere coll'accesso della tua disperazione; insegnami piuttosto, col tuo esempio, a moderare quella che risento. »

Il malato, il quale non parlava se non con difficoltà, ripigliò il suo discorso dopo una pausa. « Quel gabinetto, mia cara..... quando tornerai a casa, vacci, e sotto la tavola che ho descritta, troverai un fascio di carte; sta attenta adesso. La promessa che ho ricevuta da te, è relativa a questo unico oggetto; tu devi bruciare quelle carte senza osservarle, nè leggerle; io te l'ordino assolutamente. »

La sorpresa d'Emilia superando un istante il suo dolore, chiese il motivo di quella precauzione. Il padre rispose che se avesse potuto spiegarglielo, la promessa da lei richiesta non sarebbe stata più necessaria. « Ti basti, figlia mia, di penetrarti bene di questa ragione: essa è d'un'estrema importanza. Sotto quella medesima asse troverai circa dugento doppie in una borsa di seta. Questo segreto fu già immaginato per mettere in salvo il denaro che si trovava nel castello, allorchè la provincia era inondata da truppe, che, profittando della circostanza, si abbandonavano ad ogni sorta di depredazioni ed al saccheggio. Mi resta ancora da ricevere un'altra promessa da te, ed è, che in qualunque critica posizione possa trovarti, non venderai mai la nostra possessione della valle. »

Sant'Aubert aggiunse, che s' ella si fosse maritata, avrebbe dovuto specificare nel contratto nuziale, che il castello le sarebbe rimasto in assoluta proprietà. Le parlò in seguito del suo patrimonio con maggior dettaglio di quel che non avesse fatto fin a quel punto.

« Le dugento doppie, ed il poco denaro che troverai nella mia borsa, son tutto il contante che ho da lasciarti. Ti ho già detto in quale stato sono i nostri affari col signor Motteville di Parigi. Ah figlia mia, ti lascio povera, ma non nella miseria. »

Emilia non poteva rispondere a nulla; inginocchiata accanto al letto, bagnava di lacrime la mano diletta che teneva ancor nelle proprie.

Dopo questo discorso, lo spirito di Sant'Aubert parve molto più tranquillo; ma, spossato dallo sforzo fatto, cadde nel sopore. Emilia continuò ad assisterlo ed a piangere vicino a lui, fino a che un lieve colpo battuto alla porta della camera la costrinse a rialzarsi. Voisin venivale a dire che dabbasso eravi un confessore del convento vicino, pronto ad assistere suo padre; ma essa non volle che lo si svegliasse, e fece pregare il sacerdote a non andarsene. Quando Sant'Aubert uscì dal suo sopore, tutti i suoi sensi erano confusi; e ci volle qualche tempo prima ch'ei riconoscesse Emilia. Allora mosse le labbra, le stese la mano, ed essa fu dolorosamente colpita dall'impressione di morte che osservava in tutti i suoi lineamenti. Dopo pochi minuti ricuperò la voce, ed Emilia gli domandò se desiderava vedere un confessore. Le rispose di sì, ed appena fu introdotto il reverendo padre, ella si ritirò. Restarono insieme circa mezz'ora: quindi fu richiamata Emilia, che trovò il padre più agitato, ed essa allora guardò il confessore con alquanto risentimento, come s'egli ne fosse stato la cagione. Il buon religioso la rimirò con dolcezza, e Sant'Aubert, con voce tremebonda, la pregò di unire le sue preghiere a quelle degli altri, e dimandò se il suo ospite non volesse associarvisi. Il buon vecchio ed Agnese arrivarono amendue piangendo, e s'inginocchiarono vicino al letto. Il reverendo padre, con voce maestosa, recitò lentamente le preci degli agonizzanti. Sant'Aubert, con volto sereno, si univa con fervore alla loro devozione; qualche lacrima sfuggivagli talvolta dalle socchiuse pupille, ed i singulti di Emilia interruppero spesso l'uffizio. Quando fu finito, e che venne amministrata l'estrema unzione, il religioso se n'andò. Sant'Aubert fe' segno a Voisin d'avvicinarsegli, gli porse la mano, e stette alcun tempo in silenzio. Alfine gli disse con voce fioca:

« Mio buon amico, la nostra conoscenza fu breve, ma essa bastò per dimostrarmi il vostro buon cuore; io non dubito che voi non trasportiate tutta questa benevolenza su mia figlia: quando non sarò più, essa ne avrà bisogno. L'affido alle cure vostre, pei pochi giorni cui dee passar qui: non vi dico di più. Voi avete figli, conoscete i sentimenti d'un padre: i miei diventerebbero penosi assai se avessi meno fiducia in voi. »

Voisin lo rassicurò, e le lagrime attestavano la sua sincerità, che nulla trascurerebbe per addolcire l'affanno d'Emilia, e che, s'ei lo bramasse, l'avrebbe ricondotta in Guascogna. L'offerta gradì tanto al moribondo, che non trovò parole ond'esprimere la propria gratitudine, o a meglio dire che l'accettava.

« Soprattutto, Emilia cara, » ripigliò il morente, « non cedere alla magia de' bei sentimenti: gli è l'errore d'uno spirito amabile; ma quelli che posseggono una vera sensibilità, debbon sapere di buon'ora quant'ella sia cosa pericolosa; è dessa che tragge dalla menoma circostanza un eccesso di guai o di piacere. Nel nostro passaggio traverso questo mondo noi incontriamo più mali assai che godimenti; e siccome il sentimento della pena è sempre più vivo che quello del benessere, la nostra sensibilità ci rende vittima quando non sappiamo moderar e contenerla. »