— Oimè! » rispose Voisin; « non mi domandate di più; i segreti domestici del mio padrone devono essere sempre sacri per me. »

Emilia, sorpresa da quest'ultima espressione, e sopratutto dal tuono di voce con cui avevala pronunziata, non volle fare ulteriori domande. Un interesse più vivo, l'imagine di Sant'Aubert, occupava allora tutti i suoi pensieri, ella si rammentò la musica della notte precedente, e ne parlò a Voisin. « Voi non siete stata la sola, » le diss'egli; « l'ho udita anch'io; ma ciò m'accade così spesso a quell'ora, che non ci bado più.

— Voi credete al certo, » disse Emilia, « che questa musica abbia rapporti col castello, ed ecco perchè siete superstizioso, n'è vero?

— Può essere signorina; ma vi sono altre circostanze relative a quel castello, e delle quali io conservo tristamente la memoria. »

Queste parole furono accompagnate da un profondo sospiro, e la delicatezza di Emilia trattenne la curiosità, che le avevano destato quei detti misteriosi.

Tornata a casa, la sua disperazione ricominciò: pareva che non ne avesse sospeso il corso se non perdendo momentaneamente di vista colui che ne formava il soggetto; andò tosto a contemplare la salma del padre, e cedè a tutti i trasporti di un dolore senza speranza. Voisin avendola finalmente decisa di allontanarsene, se ne tornò nella sua camera. Oppressa dalle fatiche del giorno, si addormentò immediatamente, e quando si svegliò trovossi molto più sollevata.

Sant'Aubert aveva domandato di essere sepolto nella chiesa delle monache di Santa Chiara; aveva scelta la cappella settentrionale, prossima alla sepoltura dei marchesi di Villeroy, e ne aveva indicato il posto. Il superiore vi acconsentì, e la processione funebre s'incamminò a quella volta. Il venerando padre, seguito da molti preti, venne a riceverla alla porta. Il canto del Miserere, il suono dell'organo, che rimbombò in chiesa quando vi entrò la bara, i passi vacillanti, e l'aria abbattuta di Emilia, avrebbero strappato le lacrime ai cuori più duri; ma essa non ne versò neppur una. Colla faccia semicoperta da un velo nero, camminava in mezzo a due persone che la sorreggevano; la badessa la precedeva, le monache la seguivano, ed il lamentoso loro canto faceva eco a quello lugubre del coro. Quando la processione fu giunta al sepolcro, Emilia abbassò il velo, e nell'intervallo dei canti si distinsero facilmente i di lei singulti. Il reverendo sacerdote cominciò la messa, ed Emilia riescì a frenarsi alquanto, ma quando il cadavere fu deposto nella tomba, quando udì gettar la terra che dovea ricoprirlo, le sfuggì un fioco gemito, e cadde in braccio alla persona che la sosteneva; ma si rimise prontamente, e potè intendere quelle parole sublimi: — Il suo corpo riposa in pace, e l'anima è tornata a Chi glie l'ha data. — La sua disperazione allora fu sollevata da un diluvio di lacrime.

La badessa la fece uscire di chiesa, la condusse nel suo appartamento, e le offrì tutti i soccorsi della santa religione e di una tenera pietà. La fanciulla facea sforzi per vincere la sua debolezza; ma la superiora, la quale l'osservava attenta, le fece preparare un letto e la indusse al riposo. Reclamò con bontà la promessa fatta da lei di passar qualche giorno al convento. Emilia, cui nulla più richiamava alla capanna, teatro del suo infortunio, ebbe agio allora di considerar la sua posizione, e si sentì incapace di ripartire immediatamente.

Intanto la bontà materna della badessa e le dolci attenzioni delle monache nulla risparmiavan per calmare il di lei spirito e restituirla in salute; ma essa avea provato scosse troppo violente per ristabilirsi presto: fu adunque per parecchie settimane colta da lenta febbre, e cadde in uno stato di languore. S'affligea di lasciar la tomba dove riposavano le ceneri del padre; si lusingava che, se moriva colà, sarebbe a lui riunita. Intanto, Emilia scrisse alla signora Cheron sua zia ed alla sua vecchia governante per partecipar loro l'accaduto, ed informarle della sua situazione. Mentre l'orfanella stava in convento, la pace interna di quell'asilo, la bellezza de' dintorni, le attenzioni della superiora e delle monache fecero su lei un effetto sì attraente, che fu quasi tentata di separarsi dal mondo; essa avea perduto i suoi più cari amici, voleva chiudersi in quel chiostro, in un soggiorno che il sepolcro del padre rendeale sacro in sempiterno. L'entusiasmo del suo pensiero, ch'erale quasi naturale, avea sparso una vernice sì patetica sul santo ritiro d'una monaca, ch'ell'avea quasi smarrito di vista il vero egoismo che lo produce. Ma i colori che un'imaginazione malinconica, lievemente imbevuta di superstizione, prestava alla vita monastica, svanirono a poco a poco, quando le tornarono le forze, e ricondussero un'imagine ch'erane stata bandita soltanto passaggiermente. Tale memoria richiamolla tacitamente alla speranza, alla consolazione, ai più dolci sentimenti; bagliori di felicità mostraronsi da lunge, e benchè non ignorasse a qual punto potevano esser fallaci, non volle privarsene. Dopo parecchi giorni, ricevè una risposta dalla sua zia, gonfia di espressioni comuni di condoglianza, ma non d'un vero dolore; le annunziava che una persona da lei incaricata sarebbe andata a prenderla per ricondurla al castello della valle, giacchè le di lei occupazioni non le permettevano d'intraprendere un sì lungo viaggio. Sebbene Emilia preferisse la sua valle a Tolosa, fu nonostante colpita da una condotta così poco delicata e sconveniente. La zia permetteva ch'ella ritornasse al suo castello senza parenti e senza amici per consolarla e per difenderla; e questa condotta diveniva tanto più colpevole, in quanto che suo padre moribondo aveva affidata la derelitta figliuola alle cure della sorella, com'essa l'aveva avvisata nella lettera scrittale.

Passarono alcuni giorni dall'arrivo dell'inviato della signora Cheron all'epoca in cui Emilia fu in grado di partire. La sera precedente alla sua partenza, andò a casa di Voisin per congedarsi da quella buona famiglia, ed attestarle la sua riconoscenza: trovò il buon vecchio assiso sulla porta, fra la figlia ed il genero, che, riposando in quel momento dai lavori della giornata, suonava una specie di flauto somigliante ad una zampogna. Essi avevano innanzi a sè imbandita una piccola mensa ben provvista di pane, frutti e vino; i ragazzi, tutti belli e pieni di salute, godevano intorno alla tavola della refezione che lor veniva distribuita con indicibile affetto dai genitori. Emilia si fermò un momento prima di avvicinarsi, contemplando il quadro interessante di quella buona gente; essa guardava attentamente quel vecchio rispettabile, e girando gli occhi sulla casa, l'immagine del padre le rammentò tutto l'orrore della sua situazione. Disse addio a tutta la famiglia con un'espressione la più tenera e sensibile; Voisin l'amava come sua figlia e versava lacrime. Emilia piangeva; evitò di entrare nella casetta, che le avrebbe rinnovato impressioni troppo dolorose, e partì.