La cena interruppe l'altiero discorso della signora Cheron, e le riflessioni umilianti ch'essa vi mescolava per la nipote. Dopo cena, la Cheron si ritirò nel suo appartamento, ed una cameriera condusse Emilia al suo; salirono una larga scala, traversarono diversi corridoi, scesero qualche gradino, e passarono per uno stretto andito in una parte remota della casa; infine la cameriera aprì la porta di una stanzuccia, e disse esser quella destinata per la signora Emilia: la fanciulla, rimasta sola, si diede in preda a tutto l'eccesso del dolore che non poteva più contenere. Coloro che sanno per esperienza a qual punto il cuore s'affezioni agli oggetti anche inanimati allorchè ne ha preso l'abitudine, quanto stenti a lasciarli, con qual tenerezza li ritrovi, con qual dolce illusione crede vedere gli antichi amici, costoro soli comprenderanno l'abbandono in cui si trovava allora Emilia, bruscamente tolta dall'unico ricetto ch'ella riconoscesse dall'infanzia, e gettata sopra un teatro e fra persone che le spiacevano ancor più pel carattere che per la novità. Il fido cane di suo padre era con lei nella cameretta, l'accarezzava, e le leccava le mani mentr'ella piangea. « Povera bestia, » diceva essa; « non ho più nessun altro che te per amico. »
CAPITOLO XI
Il castello della signora Cheron era vicinissimo a Tolosa, e circondato da immensi giardini; Emilia, alzatasi di buon'ora, li percorse prima della colazione. Da un terrazzo che si estendeva fino all'estremità di questi giardini, scoprivasi tutta la Bassa Linguadoca. Emilia riconobbe le alte cime dei Pirenei; e la sua immaginazione le dipinse tosto la verzura ed i pascoli che sono alle falde di essi. Il suo cuore volava verso la sua placida dimora. Provava un piacere inesprimibil nel supporre di vederne la situazione, sebbene potesse appena scorgerne i monti. Poco occupata del paese in cui si trovava, fissava gli occhi sulla Guascogna, ed il suo spirito pascevasi delle rimembranze interessanti destate in lei da tal vista.
Un servitore venne ad avvertirla che la colazione era pronta.
« Dove siete stata così di buon'ora? » disse la Cheron quando entrò la nipote. « Non approvo queste passeggiate solitarie. Desidero che non usciate tanto presto la mattina senz'essere accompagnata. Una fanciulla, che al castello della valle dava appuntamenti al chiaro di luna, ha bisogno d'un poco di sorveglianza. »
Il sentimento della propria innocenza non impedì il rossore di Emilia. Essa tremava, e chinava gli occhi tutta confusa, mentre la zia le lanciava sguardi arditi, ed arrossiva ella stessa: ma il di lei rossore era quello dell'orgoglio soddisfatto, quello di una persona che si compiace della propria penetrazione.
Emilia, non dubitando che la zia non intendesse parlare della sua passeggiata notturna prima di lasciar la valle, credè dovergliene spiegare i motivi; ma essa, col sorriso del disprezzo, ricusò di ascoltarla.
« Non mi fido, » le disse, « delle proteste di alcuno; giudico le persone dalle loro azioni, e proverò la vostra condotta per l'avvenire. »
Emilia, meno sorpresa della moderazione e del silenzio misterioso della zia, di quello nol fosse stata dell'accusa, vi riflettè profondamente, e non dubitò più non fosse Valancourt ch'ella avea veduto la notte ne' giardini della valle, e che la zia poteva bene aver riconosciuto. Intanto, non lasciando un soggetto penoso se non per trattarne un altro che non eralo meno, parlò di Motteville e della perdita enorme che la nipote faceva nel suo fallimento. Mentr'essa ragionava con fastosa pietà degl'infortunii che opprimevano Emilia, insisteva sui doveri dell'umanità e della riconoscenza, facendo divorare alla povera fanciulla le più crudeli mortificazioni, ed obbligandola a considerarsi non solo sotto la di lei dipendenza, ma sotto quella ben anco di tutta la servitù.