L'avvertì allora che in quel giorno si aspettava molta gente a pranzo, e le ripetè tutte le lezioni della sera precedente sul modo di contenersi in società: aggiunse che voleva vederla abbigliata con gusto ed eleganza, e poscia si degnò mostrarle tutto lo splendore del suo castello, farle osservare tutto quanto brillava d'una magnificenza particolare, e che si faceva distinguere nei vari appartamenti; dopo di che si ritirò nel suo gabinetto di toletta. Emilia si chiuse nella sua camera, tirò fuori i suoi libri, e ricreò lo spirito colla lettura, fino al momento di vestirsi.
Quando i convitati furono riuniti, Emilia entrò nella sala con un'aria di timidezza che non potè vincere, per quanto vi si sforzasse. L'idea che la zia l'osservava con occhio severo, la turbava vie maggiormente. Il suo abito di lutto, la dolcezza, l'abbattimento della sua bella fisonomia, non meno che la modestia del contegno, la resero interessantissima a quasi tutta la società. Riconobbe essa Montoni ed il suo amico Cavignì, che aveva trovati in casa di Quesnel; avevano questi nella casa della Cheron tutta la famigliarità di antichi conoscenti, ed anch'essa sembrava accoglierli con molto piacere.
Montoni portava nel suo contegno il sentimento della superiorità: lo spirito ed i talenti co' quali poteva sostenerla obbligavano tutti gli altri a cedergli. La finezza del suo tatto era fortemente espressa nella sua fisonomia; ma sapeva dissimulare quando bisognava, e potevasi notare spesso in lui il trionfo dell'arte sulla natura. Aveva il viso lungo e magro, eppure lo dicevano bello; elogio forse più da attribuirsi alla forza e vigoria dell'anima, che delineavansi in tutti i suoi tratti. Emilia concepì per lui una specie d'ammirazione, ma non quell'ammirazione che poteva condurre alla stima; essa vi univa una specie di timore, di cui non sapeva indovinare il motivo.
Cavignì era giocondo ed insinuante come la prima volta. Sebbene quasi sempre occupato della signora Cheron, trovava il mezzo di parlar con Emilia. Le indirizzò da principio qualche motto spiritoso, e prese in seguito un'aria di tenerezza di cui ella si accorse benissimo, e che non la spaventò. Ella parlava poco, ma la grazia e dolcezza delle sue maniere l'incoraggirono a continuare; non fu interrotta se non quando una giovine signora del circolo, che parlava sempre, e di tutto, venne a mescolarsi ai loro discorsi; questa signora, che spiegava tutta la vivacità e la civetteria francese, affettava d'intender tutto, o piuttosto non vi mettea nemmeno affettazione. Non essendo mai uscita da una perfetta ignoranza, s'immaginava che non avesse nulla da imparare; obbligava tutti ad occuparsi di lei, divertiva talvolta, stancava dopo un momento, e poi era abbandonata.
Emilia, quantunque ricreata da tutto quanto aveva veduto, si ritirò senza rincrescimento, e si abbandonò volentieri di nuovo alle rimembranze che tanto le piacevano.
Passarono quindici giorni in una folla di visite e di dissipazioni; Emilia accompagnava per tutto la Cheron, si divertiva di rado, e annoiavasi spesso. Fu colpita dell'apparente istruzione e delle cognizioni di cui facean mostra intorno a lei le persone che componevano la conversazione; non fu se non molto dopo che riconobbe l'impostura di tutti quei pretesi talenti. Ciò che la ingannò maggiormente fu quell'aria di brio continuato, e soprattutto di bontà ch'ella osservava in ciascun personaggio. S'immaginava che un'affabilità consueta e sempre pronta ne fosse il vero fondamento. Finalmente, l'esagerazione di qualcuno, meno abile degli altri, le fece sospettare che, se il contento e la bontà sono i soli principii d'una dolce amenità, gli eccessi smoderati ai quali uno si abbandona ordinariamente sono il risultato della più perfetta insensibilità.
Emilia passava i momenti più graditi nel padiglione del terrazzo. Vi si ritirava con un libro, per godere della sua malinconia, o col liuto, per vincerla. Assisa cogli occhi fissi sui Pirenei e sulla Guascogna, essa cantava le ariette più interessanti del suo paese, imparate nell'infanzia.
Una sera, Emilia suonava il liuto nel padiglione con un'espressione che veniva dal cuore. Il sole all'occaso illuminava ancora la Garonna, che fuggiva a qualche distanza, e le cui acque erano passate dinanzi alla valle. Emilia pensava a Valancourt; non ne avea udito più parlare dopo il suo soggiorno a Tolosa; ed ora, lontana da lui, sentiva tutta l'impressione che aveva fatta sul proprio cuore. Prima di aver conosciuto Valancourt, non aveva incontrato alcuno, il cui spirito ed il gusto si accordassero tanto bene col suo. La Cheron avevale parlato di dissimulazione, di artifizi; pretendeva essa che quella delicatezza, cui ammirava nell'amante, non foss'altro che un laccio per piacerle, eppure essa credeva alla di lui sincerità. Un dubbio nondimeno, per debole che fosse, bastava opprimerle il cuore.
Il rumore d'un cavallo sulla strada, sotto la sua finestra, la scosse da questi pensieri: vide un cavaliere il cui personale ed il portamento le rammentavano Valancourt, giacchè l'oscurità non le permetteva di distinguerne i lineamenti. Si tirò indietro temendo d'esser veduta, e desiderando al tempo stesso di osservare. L'incognito passò senza guardare, e quando si fu ravvicinata alla finestra, lo vide nel viale che conduceva a Tolosa. Questo lieve incidente la rese di cattivo umore, e, dopo alcuni giri sul terrazzo, tornò presto al castello.
La Cheron rientrò più ruvida del solito; ed Emilia non fu contenta se non quando le fu permesso di ritirarsi nella sua cameretta.