Il divertimento di quella sera consisteva in una festa da ballo ed una cena. Il ballo era d'un genere affatto nuovo. Si danzava a diversi gruppi in giardini estesissimi. I grandi e begli alberi sotto i quali si dava la festa, erano illuminati da infiniti lampioni disposti con tutta la varietà possibile. Le diverse fogge aumentavano l'incanto di quella scena. Mentre alcuni ballavano, altri, seduti sulle erbose zolle, parlavano con libertà, criticavano le acconciature, prendevano rinfreschi o cantavano ariette accompagnandosi colla chitarra. La galanteria degli uomini, le civetterie delle donne, la leggerezza e il brio delle danze, il liuto, il flauto, il cembalo, e l'aria campestre, che i boschi davano a tutta la scena, facevano di questa festa un modello piccantissimo dei piaceri e del gusto francese. Emilia considerava questo quadro ridente con una specie di diletto malinconico. Sarà facile comprendere la sua sorpresa allorchè, gettando a caso gli occhi su di una contraddanza, riconobbe l'amante che ballava con una bella e giovine signora, e sembrava aver per lei le più premurose attenzioni: si volse tosto volendo condurre altrove la zia, che discorreva con Cavignì senza avere veduto Valancourt. Un'improvvisa debolezza l'obbligò a sedere, e l'estremo pallore che comparve sul di lei volto, fece credere ai circostanti ch'ella fosse incomodata. La Cheron continuava a parlare con Cavignì, e il conte di Beauvillers, che si era occupato di Emilia, le fece alcune maligne osservazioni a proposito del ballo, alle quali ella rispose quasi con incoerenza, tanto l'idea di Valancourt la tormentava, tanto essa era inquieta di restare sì a lungo vicino a lui. Le osservazioni del conte sulla contraddanza l'obbligarono intanto a fissarvi gli occhi, che nello stesso momento s'incontrarono in quelli di Valancourt. Tremò e voltò via tosto gli sguardi, ma non senza aver distinta l'alterazione di lui nel vederla. Si sarebbe volentieri allontanata all'istante medesimo da quel luogo, se non avesse pensato che questa condotta gli avrebbe fatto conoscere troppo l'imperio ch'egli aveva sul di lei cuore. Si provò a continuare il discorso col conte, il quale le parlò della dama che ballava con Valancourt: il timore di lasciar travedere il vivo interesse ch'ella vi prendeva, l'avrebbe senza dubbio tradita, se gli sguardi del conte non si fossero fissati allora sulla coppia di cui parlava.
« Quel giovine cavaliere, » diss'egli, « sembra un uomo compito in tutto, fuorchè nel ballo: la sua compagna è una delle bellezze di Tolosa, e sarà ricchissima. Voglio sperare che saprà fare una scelta migliore per la felicità della sua vita, di quel che non l'abbia fatto per la contraddanza; m'accorgo ch'egli imbroglia tutti gli altri. Mi sorprende però che quel giovane, col suo bel portamento, non abbia imparato a ballare. »
Emilia, alla quale batteva forte il cuore ad ogni parola, volle troncare il discorso informandosi del nome di quella signora: prima che il conte potesse risponderle, la contraddanza finì; ed Emilia, vedendo che Valancourt si avanzava verso di lei, si alzò tosto, e andò accanto alla zia.
« Ecco qua il cavaliere Valancourt, signora, » le disse sottovoce; « di grazia ritiriamoci. » La zia si alzò, ma il giovane le aveva raggiunte; egli salutò la signora Cheron con rispetto, e sua nipote con dolore. Siccome la presenza di quest'ultima gl'impediva di restare, passò oltre con un contegno, la cui tristezza rimproverava a Emilia di aver potuto risolversi ad aumentarlo: se ne stava essa pensierosa, allorchè il conte Beauvillers le tornò accanto.
« Vi domando perdono, signorina, » le disse egli, « di un'inciviltà involontaria. Quando criticava così liberamente il cavaliere nel ballo, ignorava ch'ei fosse di vostra conoscenza. » Emilia arrossì e sorrise. La Cheron però gli rispose: « Se voi parlate del giovane passato poco fa, posso assicurarvi che non è, nè di mia conoscenza, nè di quella della signorina Sant'Aubert.
— Gli è il cavaliere Valancourt, » disse Cavignì con indifferenza.
— Lo conoscete voi? » riprese la signora Cheron.
— Non ho con lui nessuna relazione, » rispose Cavignì.
— Non sapete i motivi che ho di qualificarlo d'impertinente? Esso ha la presunzione di ammirare mia nipote.
— Se, per meritare l'epiteto d'impertinente, basta ammirare madamigella Emilia, » soggiunse Cavignì, « temo che ve ne siano molti, ed io m'inscrivo nella lista.