— Oh! signore, » disse la Cheron con sorriso forzato, « mi accorgo che imparaste l'arte dei complimenti dopo il vostro soggiorno in Francia; ma non bisogna adulare le fanciulle, perchè esse prendono l'adulazione per verità. »
Cavignì girò un momento la testa, e disse con voce studiata: « A chi si possono dunque allora far complimenti, signora? Perchè sarebbe assurdo di rivolgersi ad una donna, il cui gusto è già formato: essa è superiore a qualunque elogio. »
Terminando questa frase, egli guardava Emilia di soppiatto, e l'ironia brillava nei di lui occhi. Essa lo intese, ed arrossì per la zia; ma la Cheron rispose: « Voi avete perfettamente ragione, signore; una donna di gusto non può, nè deve soffrire un complimento.
— Ho inteso dire al signor Montoni, » soggiunse Cavignì, « che una donna sola ne meritava.
— Da vero, » esclamò la Cheron con un sorriso pieno di fiducia; « e chi sarà mai?
— Oh! » replicò egli: « è facile conoscerla. Non vi è certo più di una donna al mondo che abbia insieme il merito d'inspirare la lode e lo spirito di ricusarla. » Ed i suoi occhi si voltavano ancora verso Emilia, la quale arrossiva sempre più per la zia.
— Ma bravo signore, » disse la Cheron, « io protesto che voi siete Francese. Non ho mai udito uno straniero esprimersi con tanta galanteria.
— È verissimo, signora, » rispose il conte cessando dalla sua parte mutola; « ma la galanteria dei complimenti sarebbe stata perduta, senza l'ingenuità che ne scuopre l'applicazione. »
La Cheron non conobbe il senso satirico di questa frase, e non sentiva la pena che Emilia provava per lei.
« Oh! ecco qua il signor Montoni in persona, » disse la zia; « voglio raccontargli tutte le belle cose che mi avete dette. » Ma l'Italiano passò in un altro viale. « Vi prego di dirmi che cosa può occupar tanto stasera il vostro amico? Non si è lasciato vedere neppur un momento, disse madama Cheron con aria dispettosa.