Emilia aveva osservato che, dopo la sua partenza dalla Francia, Montoni non aveva conservato nessun riguardo per sua zia: in principio l'aveva trascurata, ed ora non le mostrava che avversione e cattivo umore. Ella non aveva mai supposto che i difetti della zia fossero sfuggiti al discernimento di Montoni, e che lo spirito e la figura di lei avessero meritata la sua attenzione. La sorpresa cagionatale da questo matrimonio era stata estrema; ma la scelta era fatta, e non s'immaginava com'egli potesse così presto mostrarle il suo aperto disprezzo. Montoni, allettato dall'apparente ricchezza della Cheron, si trovò singolarmente deluso nelle sue speranze. Sedotto dalle astuzie da essa messe in opra finchè l'avea creduto necessario, si trovò incappato nel laccio in cui egli avrebbe voluto far cadere lei stessa. Era stato giocato dall'accortezza d'una donna, della quale stimava pochissimo l'intelligenza, e si trovava aver sacrificato l'orgoglio e la libertà, senza preservarsi dalla rovina disastrosa sospesa sul di lui capo. La signora Cheron erasi posta in testa propria la maggior parte delle sostanze. Montoni s'era impadronito del resto, e benchè la somma ricavatane fosse inferiore alla sua aspettativa ed ai suoi bisogni, aveva portato questo danaro a Venezia per abbagliare il pubblico, e tentar la fortuna con un ultimo sforzo.

Le voci riportate a Valancourt sul carattere e la situazione di Montoni, erano pur troppo esatte. Toccava al tempo ed alle circostanze a svelare il mistero.

La Montoni non era di carattere da soffrire un'ingiuria con dolcezza, e molto meno dal risentirla con dignità. Il di lei orgoglio esacerbato si spiegava con tutta la violenza, tutta l'acredine d'uno spirito limitato, o almeno mal regolato. Non volea nemmen riconoscere avere colla sua duplicità provocato in certo qual modo siffatto disprezzo. Persistè a credere lei sola essere da compiangersi e Montoni da biasimare. Incapace di concepire qualche idea morale d'obbligazione, non ne sentiva la forza se non quando la si violava verso di lei. La sua vanità soffriva già crudelmente per lo sprezzo aperto del consorte; le restava da soffrir davvantaggio, scuoprendone lo stato di fortuna. Il disordine della di lui casa faceva conoscere parte della verità alle persone spassionate; ma quelle che non volevan credere decisamente se non secondo i loro desideri, erano affatto cieche. La Montoni non si credeva niente meno d'una principessa, essendo padrona di un palazzo a Venezia, e di un castello negli Appennini. Talvolta Montoni parlava di andare per qualche settimana al suo castello di Udolfo ond'esaminarne lo stato e ritirarne le rendite. Parea non esservi stato da due anni, e che il castello fosse abbandonato alle cure d'un vecchio servo, ch'egli chiamava il suo intendente.

Emilia sentiva parlar di questo viaggio con piacere, poichè le prometteva nuove idee e qualche tregua alle assiduità di Morano. D'altronde, alla campagna, avrebbe avuto più agio d'occuparsi di Valancourt, e della malinconica memoria dei luoghi natii.

Il conte Morano non si tenne lunga pezza al muto linguaggio delle premure. Dichiarò la sua passione ad Emilia, e fece proposte allo zio, il quale accettò a dispetto del di lei rifiuto. Incoraggito da Montoni, ed in ispecie da una cieca vanità, il conte non disperò di riuscire. Emilia fu sorpresa ed offesa sensibilmente della di lui persistenza. Morano passava tutto il suo tempo in casa di Montoni, vi pranzava, e seguiva da per tutto Emilia e la sua zia.

Montoni non parlava più d'andare ad Udolfo, e non era in casa se non quando vi si trovavano il conte ed Orsino. Si notò qualche freddezza tra lui e Cavignì, sebbene quest'ultimo abitasse sempre nel palazzo. Emilia s'avvide che lo zio si rinchiudea spesso nelle sue stanze con Orsino per ore intiere, e qualunque fosse il tema de' loro colloqui, convien dire che fosse interessantissimo, perchè Montoni trascurava fin la sua passione favorita pel giuoco, e passava la notte in casa. Eravi qualcosa di misterioso nelle visite d'Orsino; Emilia n'era più inquieta che sorpresa, avendo involontariamente scoperto ciò ch'egli si sforzava di nascondere. Montoni, dopo le visite dell'amico, era talfiata più pensieroso del solito; tal altra, le sue profonde meditazioni l'allontanavano da quanto lo circondava, e spandevano sulla di lui fisonomia un'alterazione tale da renderla terribile. Altre volte i di lui occhi sfavillavano, e tutta l'energia dell'animo suo parea prendere maggior vigore nell'idea d'una sorpresa formidabile. Emilia cercava di seguire con interesse i di lui mutamenti, ma si guardò bene dal far conoscere l'esito delle sue osservazioni alla zia, la quale non vedeva ne' modi strani del marito se non la conseguenza d'una ordinaria severità.

Una seconda lettera di Quesnel annunziò l'arrivo di lui e della moglie a Miarenti: conteneva inoltre particolari sul fortunato caso che li conducea in Italia, e finiva con un invito pressantissimo per Montoni, sua moglie e sua nipote, di andarlo a trovare ne' suoi nuovi possessi.

Emilia ricevè, quasi nel medesimo tempo, una lettera molto più interessante, e che per qualche tempo calmò l'amarezza del suo cuore. Valancourt, sperando ch'ella fosse ancora a Venezia, aveva arrischiato una lettera per la posta; le parlava del suo amore, delle sue inquietudini e della sua costanza. Aveva languito per qualche tempo a Tolosa dopo la di lei partenza, avendovi gustato il piacere di visitar tutti i giorni quei luoghi, ov'ella si trovava del consueto, ed erane partito per recarsi al castello di suo fratello, nelle vicinanze della valle. Dopo le più tenere espressioni e lunghi dettagli, egli aggiungeva:

« Voi dovete osservare che la mia lettera è datata da parecchi giorni diversi. Guardate le prime righe, e conoscerete che le scrissi subito dopo la vostra partenza di Francia. Scrivere a voi, ecco la sola occupazione che ha potuto rendermi sopportabile la vostra assenza. Quando converso con voi sulla carta, e vi esprimo ciascuno de' miei sentimenti, e tutti gli affetti del cuore, mi pare che siate sempre presente: non ho avuto fino ad ora altra consolazione. Ho differito a spedire il plico unicamente pel piacere di aumentarlo. Quando una circostanza qualunque aveva interessato il mio cuore ed infondeva un raggio di gioia nell'anima mia, mi affrettava di comunicarvelo, e mi pareva vedervi godere ad una tal descrizione.

« Debbo farvi nota una circostanza che distrugge in un punto solo tutte le mie illusioni. Son costretto di andare a raggiungere il mio reggimento, e non posso più vagar sotto quelle ombre amene, ove mi figurava di vedervi al mio fianco. La valle è affittata. Ho luogo di credere che ciò avvenne a vostra insaputa, da quanto mi ha detto Teresa stamattina, e perciò appunto ve ne parlo. Essa piangeva raccontandomi che lasciava il servizio della sua cara padrona, ed il castello nel quale passò tanti anni felici. E quel che è peggio, aggiungeva, senza una lettera della signora Emilia che me ne raddolcisca il dolore. Questa è l'opera del signor Quesnel; e ardisco dire ch'essa ignora tutto quel che si fa in questo luogo.