Emilia scrisse le linee seguenti:

« È inutile adesso, o signore, il farvi osservazioni sull'affare del quale il signor Montoni mi dice avervi scritto. Avrei potuto desiderare che lo si concludesse meno precipitosamente; ciò mi avrebbe dato tempo per vincere quant'egli chiama pregiudizi, e il cui peso mi opprime il cuore. Giacchè la cosa è fatta, io mi vi sottopongo, ma nonostante la mia sommissione, ho molte cose da dire su altri punti relativi al medesimo soggetto, e li riserbo pel momento in cui avrò l'onore di vedervi. Intanto vi prego, signore, di voler prender cura della povera Teresa, in considerazione della vostra affezionatissima nipote.

« Emilia Saint-Aubert. »

Montoni sorrise ironicamente a ciò che aveva scritto Emilia, ma non le fece veruna obbiezione. Ella si ritirò nel suo appartamento, e cominciò una lettera per Valancourt; vi riferiva le particolarità del suo viaggio, e l'arrivo a Venezia. Vi descrisse le scene più interessanti del suo passaggio nelle Alpi, le sue emozioni alla prima vista dell'Italia, i costumi ed il carattere del popolo che la circondava, e qualche dettaglio sulla condotta di Montoni. Si guardò bene dal nominare il conte Morano, e meno ancora della di lui dichiarazione, sapendo quanto il vero amore sia facile ad allarmarsi.


CAPITOLO XVII

Il dì dopo, il conte pranzò in casa Montoni; era straordinariamente allegro. Emilia osservò nelle sue maniere con lei un'aria di fiducia e di gioia che non aveva mai avuta; si provò a reprimerlo raddoppiando la consueta freddezza, ma non le riuscì. Egli parve cercar l'occasione di parlarle senza testimoni, ma Emilia non volle mai aderire ad ascoltar cose che non si potessero dire a voce alta. Verso sera, il signor Montoni e tutta la società andarono a divertirsi sul mare; il conte, conducendo Emilia allo zendaletto[1], portò la sua mano alle proprie labbra, e la ringraziò della condiscendenza che si era degnata mostrare. La fanciulla, sorpresa e malcontenta, affrettossi a ritirar la mano, e credette che scherzasse; ma quando in fondo alle scale conobbe, dalla livrea, che era lo zendaletto del conte, e che il resto della società, essendo già entrata in altre gondole, stava per partire, risolse di non soffrire un abboccamento particolare; gli diede la buona sera, e tornò verso il portico. Il conte la seguì, pregando e supplicando, allorchè giunse Montoni, il quale la prese per mano, e la condusse al zendaletto; Emilia lo pregava sottovoce di considerare la sconvenienza di quel passo.

« Questo capriccio è intollerabile, » diss'egli; « io non vedo qui nessuna sconvenienza. »

Da quel punto, l'avversione di Emilia pel conte divenne una specie d'orrore; l'audacia inconcepibile colla quale continuava a perseguitarla ad onta del suo rifiuto, l'indifferenza ch'egli mostrava per la sua opinione particolare, finchè Montoni favorisse le sue pretese, tutto si riuniva per aumentare l'eccessiva ripugnanza ch'essa non aveva mai cessato di sentire per lui. Si tranquillò però alquanto sentendo che Montoni sarebbe venuto con loro. Egli si mise da una parte e Morano dall'altra. Tutti tacevano mentre i gondolieri preparavano i remi; ma Emilia, fremendo del colloquio che sarebbe susseguito a quel silenzio, ebbe alfine bastante coraggio per romperlo con qualche parola indifferente, all'uopo di prevenire le sollecitazioni dell'uno ed i rimproveri dell'altro.

« Io era impaziente, » le disse il conte, « di esprimere la mia riconoscenza alla vostra bontà: ma devo pure ringraziare il signor Montoni, che mi procurò un'occasione tanto desiderata. »