— A me, signore? l'avrete, » balbettò questi.
— Mi avete ingannato, » continuò Morano, « e volete punire l'innocenza del cattivo successo dei vostri progetti. »
Montoni sorrise sdegnosamente. Emilia, spaventata dalle conseguenze che poteva avere quel diverbio, non potè tacere più a lungo. Spiegò il motivo dello sbaglio, e dichiarò che non aveva inteso consultar Montoni se non per l'affitto della valle, concludendo, e supplicandolo di scrivere sul momento a Quesnel onde riparare a siffatto errore.
Il conte poteva appena contenersi; nullameno, mentr'essa parlava, entrambi stavano attenti ai suoi discorsi. Calmato alquanto il di lei spavento, Montoni pregò il conte d'ordinare ai gondolieri di tornare addietro, promettendogli un abboccamento particolare; Morano aderì senza difficoltà.
Emilia, consolata dalla prospettiva di qualche riposo, adoprò le sue premure conciliatrici a prevenire una rottura fra due persone che aveanla perseguitata, ed insultata ben anco senza riguardo.
Lo zendaletto si fermò alla casa di Montoni; il conte condusse Emilia in una sala, ove lo zio la prese pel braccio e le disse qualcosa sottovoce. Morano le baciò la mano nonostante tutti i di lei sforzi per ritirarla, le augurò la buona notte colla più tenera espressione, e ritornò allo zendaletto, accompagnato dall'altro.
Emilia, nella sua camera, considerò con estrema inquietudine la condotta ingiusta e tirannica di Montoni, la pertinacia impudente di Morano e la propria tristissima situazione, lontana dagli amici e dalla patria. Invano pensava a Valancourt, come a di lei protettore: egli era trattenuto lontano dal suo servizio, ma si consolava almeno nel sapere ch'esisteva al mondo una persona la quale divideva le sue pene, ed i cui voti non tendevano che a liberarnela.
Risolse nondimanco di non cagionargli un dolore inutile ragguagliandolo come le spiacesse d'aver respinto il suo giudizio sopra Montoni, benchè però non si pentisse d'aver ascoltata la voce del disinteresse e della delicatezza, rifiutando la proposta d'un matrimonio clandestino. Ella nutriva qualche speranza nel suo prossimo colloquio collo zio; era decisa a dipingergli la sua trista situazione, e pregarlo di permettergli d'accompagnarlo al di lui ritorno in Francia; quando d'improvviso ricordossi che la valle, suo prediletto soggiorno, unico suo asilo, non sarebbe più a di lei disposizione per lunga pezza. Pianse allora, temendo di trovar poca pietà in un uomo come Quesnel, il quale disponeva delle sue proprietà senza nemmen degnarsi di consultarla, e licenziava una serva vecchia e fedele, mettendola così in istrada. Ma benchè certa di non aver più casa in patria, e pochi amici, volea tornarvi, per sottrarsi al dominio di Montoni, la cui tirannide verso di lei e la durezza verso gli altri pareanle insopportabili. E neppur desiderava abitare collo zio, il procedere del quale a di lei riguardo bastava a convincerla del pari non avrebbe altro fatto se non cambiar d'oppressore.
La condotta di Montoni le pareva singolarmente sospetta, a proposito della lettera a Quesnel. Poteva, da principio, essere stato ingannato; ma essa temeva non persistesse egli volontariamente nel suo errore per intimorirla, piegarla ai suoi desiderii, e costringerla a sposare il conte. In qualunque caso però, era premurosissima di parlarne a Quesnel, e considerava la sua visita imminente con un misto d'impazienza, di speranza e timore.
Il giorno seguente, la Montoni, trovandosi sola con Emilia, le parlò del conte Morano. Parve sorpresa che la sera innanzi non avesse raggiunto le altre gondole, e ripreso così presto la volta di Venezia. Emilia raccontò tutto l'accaduto, esprimendo il suo cordoglio per il malinteso sorto fra lei e Montoni, e supplicò la zia d'interporre i suoi buoni uffici, perchè questi desse al conte un rifiuto decisivo e formale; ma si accorse in breve ch'ella sapeva già tutto.