La serva comparve alfine, e condusse Emilia nella sua camera, situata all'estremità del castello ed in fondo al corridoio, sul quale s'apriva appunto la fila di stanze che avevano traversate. L'aspetto deserto di quella camera fece desiderare alla fanciulla che Annetta non partisse subito. Il freddo umido che vi si sentiva la gelava quanto il timore; pregò Caterina, la serva del castello, di accenderle un po' di fuoco.

« Oh! signorina, son molti anni che non venne acceso fuoco in questa camera, » disse la fantesca.

— Non c'era bisogno di dircelo, buona donna, » soggiunse Annetta; « tutte le stanze di questo castello son fresche come i pozzi in tempo di estate: stupisco che voi possiate vivere in un luogo simile. Per me, vorrei essere a Venezia, o piuttosto in Francia. »

Emilia fe' cenno a Caterina di andare a prender le legna.

« Non capisco, » disse la cameriera, « perchè questa si chiami la camera doppia. »

La padroncina intanto l'osservava in silenzio, e la trovava alta e spaziosa come tutte le altre già vedute. Le pareti erano intavolate di larice; il letto e gli altri mobili pareano antichissimi, ed avevano quell'aria di tetra grandezza che si osservava in tutto l'edificio. Essa aprì un finestrone; ma l'oscurità non le permise di nulla distinguere.

In presenza di Annetta, Emilia procurava di contenersi e trattener le lacrime. Desiderava ansiosamente di sapere quando si aspettava al castello il conte Morano; ma temeva di fare un'interrogazione inutile, e divulgare interessi di famiglia in presenza della servitù. Intanto, i pensieri d'Annetta occupavansi di oggetti ben diversi: essa amava molto il maraviglioso; aveva udito parlare d'una circostanza relativa al castello, che solleticava molto la di lei curiosità. Le avevano raccomandato il segreto e la sua smania di parlare era così violenta, che ad ogni istante stava per dir tutto. Era circostanza sì strana! Il non poter parlarne era un castigo forte per lei; ma Montoni poteva imporgliene de' più severi ed essa temeva di provocarlo.

Caterina portò le legna, e la fiamma sfavillante fugò alquanto la nebbia lugubre della stanza; la fante disse ad Annetta che la padrona la cercava: Emilia restò sola in preda alle sue tristi riflessioni. Per sottrarvisi, si alzò a considerare meglio la camera ed i mobili. Vide una porta chiusa poco esattamente; ma accorgendosi non esser quella ond'era entrata, prese il lume per sapere ove conduceva. L'aprì, e scorse i gradini d'una scaletta segreta. Volle vedere dove mettesse, tanto più che comunicava colla camera; ma nello stato attuale del suo spirito le mancò il coraggio per andar più oltre. Chiuse la porta, e cercò d'affrancarla, avendo osservato che dalla parte interna non aveva chiavistello, mentre di fuori ve n'erano fin due. Appoggiandovi una sedia pesante, rimediò in parte al pericolo; ma paventava molto d'esser costretta a dormire in quella camera isolata, sola e con una porta della quale non conosceva la riuscita. Voleva quasi andar a pregar la signora Montoni acciò permettesse ad Annetta di passar la notte con lei, ma rigettò quest'idea, persuasa che i di lei timori sarebbero stati chiamati puerili, e per non iscuoter anche di troppo la fantasia già alterata della giovine. Queste affliggenti riflessioni furono interrotte dal rumore di passi nel corridoio: era Annetta ed un servo che le portavano la cena da parte della zia. Si mise a tavola vicino al fuoco, ed obbligò la cameriera a mangiar seco lei. Incoraggita da tale condiscendenza, e dallo splendore e calore del fuoco, la buona ragazza accostò la sedia a quella d'Emilia, e le disse:

« Avete mai udito parlare, signorina, dello strano caso che ha messo il padrone in possesso di questo castello?

— Quale maravigliosa storia ti fu mai detta? » rispose Emilia, cercando nascondere la viva curiosità che la tormentava.