CAPITOLO XX
La luce del giorno fugò i vapori della superstizione, ma non quelli della paura. Si alzò, e per distrarsi delle importune idee, cercò occuparsi degli oggetti esterni. Contemplò dalla finestra le selvagge grandezze che le s'offrivano; i monti accatastati l'un sull'altro, non lasciavan vedere che anguste valli ombreggiate da folte selve. I vasti bastioni, gli edifizi diversi del castello, stendevansi lungo uno scosceso scoglio appiè del quale rumoreggiava un torrente precipitandosi sotto annosi abeti in profondo burrone. Una lieve nebbia occupava le lontane fondure, e svanendo gradatamente ai raggi del sole, scopriva gli alberi, le coste, gli armenti ed i pastori.
Osservando queste ammirabili vedute, Emilia si trovò alquanto sollevata.
L'aria fresca del mattino contribuì non poco a rianimarla. Innalzò i pensieri al cielo, chè sentivasi ognor più tranquilla allorchè gustava le sublimità della natura. Quando si ritrasse dalla finestra, girò gli occhi verso la porta da lei assicurata con tanta cura la notte precedente. Era decisa di esaminarne la riuscita, quando, nell'avvicinarsi per levar la sedia, si avvide ch'essa n'era già stata alquanto scostata. È impossibile descrivere la di lei sorpresa nel trovar poscia la porta chiusa. Rimase attonita come se avesse veduto uno spettro. La porta del corridoio era chiusa come l'aveva lasciata; ma l'altra, che non si poteva chiudere se non dal di fuori, eralo stata necessariamente nel corso della notte. Si spaventò all'idea di dover dormir ancora in una camera nella quale era sì facile penetrare, e così lontana da qualunque soccorso: si decise pertanto di dirlo alla signora Montoni, e domandarle il cambiamento della camera.
Dopo qualche difficoltà le riuscì di ritrovare la sala della sera precedente, ove stava già preparata la colazione. Sua zia era sola, Montoni essendo andato a visitare i contorni del castello, per esaminar lo stato delle fortificazioni in compagnia di Carlo. Emilia notò che la zia aveva pianto, e il suo cuore s'intenerì per lei con un sentimento che si manifestò più nelle sue maniere che nelle parole. Si fece coraggio non ostante, e profittando dell'assenza di Montoni, chiese un'altra camera, ed informossi del motivo di quel viaggio. Sul primo articolo, la zia la rimandò a Montoni, ricusando di mescolarsene; e sul secondo, protestò la più assoluta ignoranza. Parlarono quindi del castello e del paese che lo circondava; e la zia non potè resistere al piacere di motteggiare la buona Emilia sul di lei gusto per le bellezze della natura. Questi discorsi furono interrotti dall'arrivo di Montoni, il quale si mise a tavola senza mostra di avvedersi che vi fosse qualcuno vicino a lui.
Emilia, che l'osservava tacendo, vide nella sua fisonomia un'espressione più tetra e severa del solito. — Oh! se io potessi indovinare, — diss'ella tra sè, — i pensieri ed i progetti di quella testa, non sarei condannata a questo crudele stato d'incertezza! — Avanti la fine della colazione, passata nel silenzio, Emilia arrischiò la domanda del cambiamento della camera, allegando i motivi che ve la inducevano.
« Non ho tempo di occuparmi di queste inezie, » disse Montoni; « quella è la camera che vi fu destinata, e dovete contentarvene. Non è presumibile che nessuno siasi preso l'incomodo di salire una scala per chiudere una porta; se non lo era quando entraste, è probabilissimo che il vento abbia sospinto un chiavistello. Ma io non so perchè dovrei occuparmi d'una circostanza così frivola. »
Questa risposta non soddisfece punto Emilia, la quale avea notato come i chiavistelli fossero rugginosi, e per conseguenza non tanto facili a moversi. Non fe' noto questa sua osservazione, ma rinnovò la domanda.
« Se volete essere schiava di simili paure, » disse Montoni severamente, « astenetevi almeno dal molestare gli altri. Sappiate vincere tutte queste frivolezze, ed occupatevi nel fortificare il vostro spirito. Non avvi esistenza più spregevole di quella avvelenata dalla paura. » Sì dicendo, egli guardava fisso la moglie, la quale arrossì, e non proferì parola. Emilia, sconcertata ed offesa, trovava allora i suoi timori troppo giusti per meritare que' sarcasmi; ma vedendo che qualunque osservazione in proposito sarebbe inutile affatto, mutò discorso.
Carlo entrò di lì a poco portando frutti. « Vostra eccellenza dev'essere stanca di quella lunga passeggiata, » diss'egli mettendo le frutta sulla tavola; « ma dopo la colazione ci resta da vedere assai più: c'è un posto, nella strada sotterranea, che conduce a... »