Montoni aggrottò le ciglia e gli accennò di ritirarsi. Carlo troncò il discorso e chinò gli occhi; poi, avvicinandosi alla tavola, soggiunse: « Mi son presa la libertà, eccellenza, di portare alcune ciliege per le mie padrone: degnatevi gustarle, » diss'egli presentando il paniere alle donne; « sono buonissime; le ho colte io stesso; vedete, sono grosse come susine.
— Andiamo, andiamo, » disse Montoni impazientito, « basta così. Uscite ed aspettatemi, poichè avrò bisogno di voi. » Quando i due coniugi si furono ritirati, Emilia cercò distrarsi esaminando il castello. Aprì una gran porta e passò sui bastioni, contornati per tre lati da precipizii. L'ampiezza di essi ed il paese svariato cui dominavano eccitarono la di lei ammirazione. Percorrendoli, sostava ella sovente a contemplare la gotica magnificenza d'Udolfo, la sua orgogliosa irregolarità, le alte torri, le fortificazioni, le anguste finestrelle, le numerose feritoie delle torrette. Affacciatasi al parapetto, misurò coll'occhio la voragine spaventosa del sottoposto precipizio, di cui le nere cime delle selve celavano ancora la profondità. Dovunque volgea gli sguardi, non vedeva che picchi erti, tetri abeti e gole anguste, che internavansi negli Appennini, e sparivano alla vista tra quelle inaccessibili regioni. Stava così intenta quando vide Montoni accompagnato da due uomini che si arrampicavano per un sentiero praticato nel vivo sasso. Egli si fermò sopra un poggio considerando il bastione, e voltandosi alla scorta, si esprimeva con aria e gesti molto energici. Emilia conobbe che un di coloro era Carlo, e che solo all'altro, vestito da contadino, dirigevansi gli ordini di Montoni. Si ritirò dal muro al repentino fracasso d'alcune carrozze ed al tintinnar della campana d'ingresso, e le venne subito l'idea che fosse giunto il conte Morano. Tornò celeramente alla propria stanza, agitata da mille paure; corse alla finestra, e vide sul bastione Montoni che passeggiava con Cavignì: parevano intertenersi in animatissimo colloquio.
Mentre stava agitata e perplessa, udì camminare nel corridoio, ed Annetta entrò.
« Ah! signorina, » diss'ella, « è arrivato il signor Cavignì: son contentissima di veder finalmente una faccia cristiana in questo luogo. Egli è così buono, m'ha sempre dimostrato tanto interesse.... C'è pure il signor Verrezzi, ed un altro che voi non indovinereste mai.
— Il conte Morano forse, suppongo... » E cedendo all'emozione, cadde quasi svenuta sulla sedia.
— Il conte? Ma chi ve lo dice? No, signorina, egli non è qui, fatevi coraggio.
— Ne sei tu ben sicura?
— Sia lodato Iddio, » soggiunse Annetta, « che vi siete riavuta presto. In verità, vi credeva moribonda.
--Ma sei proprio sicura che il conte non c'è?
— Oh! sicurissima. Io guardava da un finestrino nella torretta di settentrione, quando sono arrivate le carrozze: non mi aspettava certo una vista tanto cara in questa spaventosa cittadella. Ma ora vi sono padroni, servitori, e si vede un po' di moto. Noi staremo allegri: andremo a ballare e cantare nel salotto, ch'è lontano dall'appartamento del padrone. Ma, a proposito, Lodovico è venuto con loro. Vi dovete ricordare di Lodovico, signora Emilia: quel bel giovane che governava la gondola del cavaliere nell'ultima regata, e guadagnò il premio! Quello che cantava poesie così belle, sempre sotto la mia finestra, al chiaro della luna, a Venezia! Oh! come l'ascoltava io!