Emilia camminava tremando, e si fermò un momento alla porta prima di risolversi di aprirla. Si avanzò verso il quadro, che parea di straordinaria grandezza e trovavasi in un canto; si fermò nuovamente; alla fine, con mano timida alzò il velo, ma tosto lasciollo ricadere. Non era un dipinto che aveva veduto, e, prima di poter fuggire, svenne sul pavimento.
Allorchè ebbe ricuperato l'uso de' sensi la rimembranza di ciò che aveva veduto la fece quasi mancare una seconda volta, ed ebbe appena la forza di uscir da quel luogo e di tornare nella sua camera. Quando vi fu rientrata, non ebbe coraggio di restarvi sola. L'orrore la dominava intieramente, e quando fu un poco riavuta, non seppe decidersi se dovesse informare la signora Montoni di ciò che aveva visto; ma il timore di esser nuovamente derisa, la determinò a tacere. Sedette alla finestra per riprender coraggio. Montoni e Verrezzi passarono di lì a poco; essi parlavano e ridevano, e la loro voce la rianimò alquanto. Bertolini e Cavignì li raggiunsero sul terrazzo. Emilia, supponendo allora che la signora Montoni fosse sola, uscì per recarsi da lei. Sua zia stava abbigliandosi pel pranzo. Il pallore e la costernazione della nipote la sorpresero assai, ma la fanciulla ebbe forza bastante per tacere, sebbene il labbro ad ogni momento fosse in procinto di tradirla. Restò nell'appartamento della zia fino all'ora del pranzo; essa vi trovò i forestieri, i quali avevano un aria insolita di preoccupazione, e parevano distratti da interessi troppo importanti, per fare attenzione a Emilia od alla zia: parlarono poco, e Montoni anche meno: Emilia fremè nel vederlo. L'orrore di quella camera le stava sempre innanzi, e cambiò colore temendo di non poter contenere l'emozione; ma potè vincere sè medesima, interessandosi ai discorsi ed affettando un'ilarità poco d'accordo colla mestizia del cuore. Montoni mostrava evidentemente riflettere a qualche grande operazione. Il pasto fu silenzioso. La tristezza di quel soggiorno influiva perfino sul giocondo carattere di Cavignì.
Il conte Morano non fu nominato. La conversazione s'aggirò tutta sulle guerre che in quei tempi laceravano l'Italia, sulla forza delle milizie veneziane e sulla bravura dei generali. Dopo il pranzo, Emilia intese che il cavaliere sul quale Orsino aveva saziata la sua vendetta, era morto in conseguenza delle ferite ricevute, e che l'omicida veniva cercato con cura. Questa notizia parve allarmar Montoni; ma seppe dissimulare, e s'informò dove fosse nascosto Orsino. Gli ospiti, eccettuato Cavignì, ignari che Montoni a Venezia ne avesse favorito la fuga, risposero che desso era scappato la medesima notte con tanta fretta e segretezza, che neppure i suoi più intimi amici non ne avevano saputo nulla.
Emilia si ritirò poco dopo colla signora Montoni, lasciando quei signori occupati nei loro consigli segreti. Aveva già Montoni avvertito la consorte, con cenni espressivi, a ritirarsi. Questa andò sui bastioni a passeggiare, nè aprì bocca: Emilia non interruppe il corso de' suoi pensieri. Essa ebbe bisogno di tutta la sua fermezza per astenersi dal comunicare alla zia il soggetto terribile del quadro. Si sentiva tutta convulsa, ed era tentata di palesarle ogni cosa per sollevarsi il cuore; ma, considerando che un'imprudenza della zia poteva perderle ambedue, preferì soffrire un male presente anzichè sottoporsi per l'avvenire ad uno maggiore. Essa aveva in quel giorno strani presentimenti. Le pareva che il suo destino l'incatenasse a quel luogo lugubre. Nondimeno, la rimembranza di Valancourt, la perfetta fiducia che aveva del suo amore costante, bastavano a versarle in seno il balsamo della consolazione.
Mentre appoggiavasi al parapetto del bastione, scorse in poca distanza parecchi operai ed un mucchio di pietre che parevano destinate a risarcire una breccia. Vide parimenti un antico cannone smontato. La zia si fermò per parlare co' lavoranti, domandandoli cosa facessero. « Si vuol risarcire le fortificazioni, signora, » disse uno di loro. Ella fu sorpresa che Montoni pensasse a que' lavori, tanto più ch'ei non le aveva mai manifestata l'intenzione di voler soggiornare colà lunga pezza. Si avanzò verso un'alta arcata che conduceva al bastiono di mezzogiorno, e che, essendo unita da una parte al castello, sosteneva una torretta di guardia dominante tutta la valle. Nell'avvicinarsi a quell'arcata, vide da lontano scendere dai boschi una numerosa truppa di cavalli e d'uomini, cui riconobbe per soldati al solo splendore delle lance e delle altre armi, giacchè la distanza non permetteva di giudicare esattamente dei colori. Mentre guardava, l'avanguardia uscì dal bosco, ma la truppa continuava a stendersi fino all'estremità del monte. L'uniforme militare si distingueva nelle prime file, alla testa delle quali inoltrava il comandante, che pareva dirigere la marcia delle schiere, avvicinandosi gradatamente al castello.
Un tale spettacolo, in quelle contrade solitarie, sorprese ed allarmò singolarmente la Montoni, la quale corse in fretta da alcuni contadini che lavoravano all'altro bastione, a domandar loro cosa fosse quella truppa. Queglino non poterono darle alcuna risposta soddisfacente; e, sorpresi anch'essi, osservavano stupidamente la cavalcata. La signora, credendo necessario comunicare al marito il soggetto della di lei sorpresa, mandò Emilia per avvertirlo che desiderava parlargli. La nipote non approvava l'ambasciata, temendo il mal umore dello zio; pure obbedì senza aprir bocca.
Nell'avvicinarsi alle stanze, ove si trovava Montoni cogli ospiti, Emilia udì una contesa violenta. Si fermò temendo la collera che poteva produrre il suo arrivo inaspettato. Poco dopo tacquero tutti; allora essa ardì aprir la porta. Montoni si volse vivamente, e la guardò senza parlare; ella eseguì la commissione. « Dite alla signora che sono occupato, » ei le rispose.
La fanciulla credè bene raccontargli il motivo dell'ambasciata. Montoni e gli altri si alzarono tosto e corsero alle finestre; ma, non vedendo le truppe, andarono sul bastione, e Cavignì congetturò dovesse essere una legione di condottieri in marcia per Modena. Parte di quella soldatesca era allora nella valle, l'altra risaliva i monti verso ponente, e la retroguardia era ancora sull'orlo dei precipizi, dond'erano venuti. Mentre Montoni e gli altri osservavano quella marcia militare, s'udì lo squillo delle trombe e dei timpani, i cui acuti suoni venivan ripetuti dagli echi. Montoni spiegò i segnali, di cui pareva espertissimo, e concluse che non avean nulla di ostile. La divisa dei soldati e la qualità delle armi lo confermarono nell'opinione di Cavignì; ebbe la soddisfazione di vederli allontanare, nè ritirossi fintantochè non furono intieramente scomparsi.
Emilia, non sentendosi bastantemente rimessa per sopportare la solitudine della sua camera, rimase sul baluardo fino a sera. Gli uomini cenarono fra loro. La signora Montoni non uscì dalle sue stanze: Emilia recossi da lei prima di ritirarsi, e la trovò piangente ed agitata. La tenerezza della nipote era naturalmente così insinuante, che riusciva quasi sempre a consolare gli afflitti; ma le più dolci espressioni a nulla valsero colla zia. Ella finse, colla solita delicatezza, di non osservare il dolore di lei, ma ne' modi usò una grazia così squisita, una premura così affettuosa, che quella superba se ne offese. Eccitare la pietà della nipote, era per lei un affronto sì crudele pel suo orgoglio, che s'affrettò a congedarla. Emilia non le parlò della sua estrema ripugnanza a trovarsi isolata; le chiese soltanto in grazia che Annetta potesse restare con lei fino al momento di coricarsi. L'ottenne a stento; e siccome Annetta allora era co' servitori, le convenne ritirarsi sola. Traversò veloce le lunghe gallerie. Il fioco chiarore del lume non serviva che a rendere più sensibile l'oscurità, ed il vento minacciava di spegnerlo ad ogni istante. Passando davanti la fuga delle stanze visitate la mattina, credette udir qualche suono, ma guardossi bene dal fermarsi per accertarsene. Giunta alla sua camera, non vi trovò neppure una scintilla di fuoco. Prese un libro per occuparsi, finchè Annetta venisse; ma la solitudine e la quasi oscurità la piombarono nuovamente nella desolazione, tanto più ch'era prossima al luogo orribile scoperto la mattina. Non sapendo risolversi a dormire in quella stanza dove per certo la notte precedente era entrato qualcuno, aspettava Annetta con penosa impazienza, volendo saper da lei un'infinità di circostanze. Desiderava egualmente interrogarla su quell'oggetto d'orrore, di cui la credea informata, sebbene inesattamente. Stupiva però, che la camera che lo conteneva restasse aperta tanto imprudentemente. Il fioco chiarore diffuso sulle pareti dal lume presso a spegnersi, aumentava il suo terrore. Si alzò per tornare nella parte abitata del castello, prima che l'olio fosse totalmente consunto.
Nell'aprir la porta, intese alcune voci, e vide un lume in fondo al corridoio. Era Annetta con un'altra serva. « Ho piacere che siate venute, » disse Emilia; « qual cagione vi ha trattenute tanto? Favorite di accendere il fuoco.