Tornando indietro, Emilia temè di smarrirsi, ed essere nuovamente spaventata da qualche misterioso spettacolo, e fremea all'idea di aprire una sola porta. Mentre stava perplessa e pensierosa, le parve udire un singulto; si fermò, e ne sentì un altro distintamente: avea a destra parecchi usci; tese l'orecchio; quando fu al secondo, intese una voce lamentevole, ma non sapeva decidersi ad aprir la porta, o ad allontanarsi. Riconobbe sospiri convulsi e le querele d'un cuore alla disperazione: impallidì, e considerò ansiosa le tenebre che circondavanla: i lamenti continuavano; la pietà vinse il terrore. Nella probabilità che le di lei attenzioni valessero a consolarlo, depose il lume, ed aprì la porta pian piano: tutto era tenebre, tranne un gabinetto in fondo d'onde trapelava una fioca luce. Parendole riconoscere la voce, si avanzò adagio, e vide sua zia appoggiata al tavolino, col fazzoletto agli occhi... Essa restò immobile per lo stupore.

Un uomo stava assiso vicino al caminetto, ma non potè distinguerlo, perchè le voltava le spalle; tratto tratto egli diceva qualche parola sottovoce, che non potevasi intendere, ed allora la zia piangeva più forte. Avrebbe Emilia voluto indovinare il motivo di quella scena, e riconoscere colui che a quell'ora si trovava colà: non volendo però aumentare le smanie della zia scuoprendo i suoi segreti, si ritirò con cautela, e, sebbene a stento, le riuscì di trovare la sua camera, ove in breve altri interessi le fecero obliare la di lei sorpresa.

Annetta tornò senza risposta soddisfacente. I servi, coi quali aveva parlato, ignoravano il tempo che il conte doveva restare nel castello: non parlavano che delle strade cattive percorse, dei pericoli superati, e maravigliavansi che il loro padrone avesse fatto quella strada a notte così avanzata. Ella finì col chiedere il permesso d'andarsi a riposare.

Emilia, conoscendo che sarebbe stata una crudeltà il trattenerla, la congedò. Rimase sola, pensando alla propria situazione ed a quella della zia; e gli occhi di lei fermaronsi alfine sul ritratto trovato nelle carte che il padre aveale imposto di ardere, e che stava sul tavolo con vari disegni estratti da una scatoletta poche ore innanzi: tal vista la immerse in tristi riflessioni, ma l'espressione commovente del ritratto ne addolciva l'amarezza. Guardò intenerita que' leggiadri lineamenti; d'improvviso, ricordossi conturbata le parole del manoscritto trovato colla miniatura, e che allora aveanla compresa d'incertezza e d'orrore. Infine, si riscosse, e decise di coricarsi; ma il silenzio, la solitudine in cui si trovava a quell'ora tarda, l'impressione lasciatale dal soggetto cui stava meditando, le ne tolsero il coraggio. I racconti di Annetta, benchè frivoli, aveanla però conturbata, tanto più dopo la spaventosa circostanza ond'ella era stata testimone poco lungi dalla sua camera.

La porta della scala segreta era forse il soggetto d'un timore meglio fondato. Decisa a non ispogliarsi, si gettò vestita sul letto; il cane di suo padre, il buon Fido, coricato ai di lei piedi, le serviva di sentinella.

Preparata così, procurò di bandire le triste idee; ma il suo spirito errava tuttavia sui punti che più l'interessavano, e l'orologio suonò le due prima ch'ella potesse chiuder occhio. Cedè finalmente ad un sonno leggero, e ne fu svegliata da un rumore che le parve sentire in camera. Tremante alzò il capo, ascoltò attenta: tutto era nel silenzio; credendo essersi ingannata, si riadagiò sul guanciale.

Poco dopo il rumore ricominciò: pareva venir dalla parte della scaletta. Si rammentò allora il disgustoso incidente della notte scorsa, in cui una mano ignota aveva socchiuso quell'uscio. Il terrore le agghiacciò il cuore. Si alzò sul letto, e stirando lievemente il cortinaggio, osservò la porta della scala. Il lume che ardeva sul caminetto spandeva una luce fiochissima. Il rumore che credeva venire dalla porta continuò a farsi sentire. Le pareva che ne smovessero i chiavistelli; poi si fermavano, e quindi ricominciavano pian piano, come se avessero temuto di farsi udire. Mentre Emilia fissava gli occhi da quella parte, vide l'imposta muoversi, aprirsi lenta e qualcosa entrare in camera, senza che l'oscurità le permettesse distinguer nulla. Quasi morta dallo spavento, fu abbastanza padrona di sè stessa per non gridare e lasciar ricader la cortina. Osservò tacendo quell'oggetto misterioso, il quale pareva cacciarsi nelle parti più oscure della camera, poi talvolta fermarsi; ma quando si avvicinò al camino, Emilia potè distinguere una figura umana. Una tetra rimembranza fu quasi per farla soccombere. Continuò nonostante ad osservar quella figura, la quale restò immobile buona pezza, e si avvicinò quindi pian piano ai piedi del letto. Le cortine, socchiuse alquanto, permettevano alla fanciulla di vederla; ma il terrore la privava perfin dalla forza di fare un movimento. Dopo un istante, la figura tornò al camino, prese il lume, considerò la camera, e riaccostossi adagio al letto. I raggi della lampada svegliarono allora il cane, il quale saltò a terra, latrò forte, e corse sull'incognito, che lo respinse colla spada coperta dal fodero. Emilia riconobbe il conte Morano. Essa lo guardò muta dallo spavento. Egli cadde in ginocchio, scongiurandola di non temere, e gettando il ferro, volle prenderle una mano. Ma, ricuperando allora le forze paralizzate dal terrore, Emilia saltò giù dal letto, Morano si alzò, la seguì verso la porta della scaletta, e la fermò mentre ne toccava il primo gradino; ma già al chiarore d'un lume, essa aveva veduto un altr'uomo a metà della scala medesima. Gettò un grido di disperazione, e, credendosi tradita da Montoni, si diè per perduta.

Il conte la trascinò in camera. « Perchè tanto spavento? » diss'egli con voce tremante. « Ascoltatemi, Emilia, io non vengo per farvi alcun male; no, giuro al cielo, vi amo troppo, senza dubbio pel mio riposo. »

Emilia lo guardò un momento coll'incertezza della paura. « Lasciatemi, signore, » gli disse, « lasciatemi dunque sul momento.

— Ascoltate, Emilia, » soggiunse Morano, « ascoltatemi: io vi amo, e sono disperato, sì, disperato. Come posso io guardarvi, forse per l'ultima volta e non provare tutte le furie della disperazione? Ma no, voi sarete mia a dispetto di Montoni, a dispetto di tutta la sua viltà.