— Ah vile! » gridò l'altro sciogliendosi da chi lo tratteneva e correndo addosso al conte. Uscirono dalla porta del corridoio. Il combattimento fu così furioso, che nessuno ardì avvicinarsi. Montoni, d'altra parte, giurava di trafiggere il primo che si fosse frapposto. La gelosia e la vendetta aumentavano la rabbia e l'acciecamento di Morano. Montoni, più padrone di sè stesso, ed abilissimo, ebbe il vantaggio, e ferì l'avversario; ma questi parendo insensibile al dolore e alla perdita del sangue, seguitò a battersi, e piagò Montoni leggermente nel braccio, ma nell'istesso momento toccò una larga ferita, e cadde in braccio a Cesario. Montoni, appoggiandogli la spada al petto, voleva obbligarlo a chieder la vita. Morano potè appena replicare con un gesto ed una parola negativa, e svenne. L'altro stava per trafiggerlo, ma Cavignì gli trattenne il braccio: cedette però con molta difficoltà, e vedendo l'avversario rovesciato, ordinò di trasportarlo all'istante fuori del castello.

Emilia, che non aveva potuto uscire dalla camera durante lo spaventoso tumulto, entrò nel corridoio, e patrocinando con coraggio la causa dell'umanità, supplicò Montoni di accordare a Morano, nel castello, i soccorsi che esigeva il suo stato. Montoni, il quale non ascoltava quasi mai la pietà, parea in quel momento sitibondo di vendetta. Colla crudeltà d'un mostro ordinò per la seconda volta che il suo vinto nemico fosse trasportato subito fuori del castello nello stato in cui si trovava. Quei dintorni, coperti di boschi, offrivano appena una capanna solitaria da passarvi la notte. I servi del conte dichiararono che non l'avrebbero mosso di lì, finchè non avesse dato almeno qualche segno di vita. Quelli di Montoni stavano immobili, e Cavignì faceva invano rimostranze: la sola Emilia, non badando a minacce, portò acqua a Morano, e ordinò agli astanti di fasciargli le ferite. Montoni, sentendo finalmente qualche dolore alla sua, si ritirò per farsi medicare.

In quell'intervallo, il conte rinvenne. Il primo oggetto che lo colpì, aprendo gli occhi, fu Emilia chinata su di lui coll'espressione della massima inquietudine. Egli la contemplò dolorosamente.

« L'ho meritato, » diss'egli, « ma non da Montoni. Io meritava d'esser punito da voi, e ne ricevo invece pietà. » Dopo qualche pausa soggiunse: « Bisogna ch'io vi abbandoni, ma non a Montoni. Perdonatemi i dispiaceri che vi cagionai. Il tradimento di quell'infame non resterà impunito.... Non sono in istato di camminare, ma poco importa: portatemi alla capanna più prossima. Non passerei la notte in questo luogo, quand'anco fossi certo di morire nel breve tragitto che dovrò fare. »

Cavignì propose di andare ad uniformarsi se vi fosse nelle vicinanze qualche abituro, prima di levarlo di là, ma il conte era troppo impaziente di partire. L'angoscia del suo spirito sembrava ancor più violenta del patimento della ferita. Rigettò sdegnosamente la proposta di Cavignì, nè volle che si ottenesse per lui il permesso di passar la notte nel castello. Cesario voleva far venir innanzi la carrozza, ma Morano glielo proibì. « Non potrei sopportarla, » diss'egli; « chiamate i miei servitori: essi mi trasporteranno sulle braccia. »

Finalmente, calmandosi alquanto, acconsentì che Cesario andasse prima in cerca di un ricetto. Emilia, vedendolo risensato, si disponeva ad uscire, quando Montoni glie l'ordinò per mezzo d'un servo, aggiungendo che se il conte non era partito, dovesse allontanarsi immediatamente. Gli sguardi di Morano sfavillarono di sdegno, e si fece di fuoco.

« Dite a Montoni, » soggiunse, « che me n'andrò quando mi converrà. Lascerò questo castello ch'esso chiama il suo, come si lascia il nido di un serpente; ma non sarà l'ultima volta che udrà parlar di me. Ditegli che, per quanto potrò, non gli lascerò un altro omicidio sulla coscienza.

— Conte Morano, sapete voi bene quel che dite? » disse Cavignì.

— Sì, lo so benissimo, ed egli intenderà ciò ch'io voglio dire. La sua coscienza, su questo punto, seconderà la sua intelligenza.

— Conte Morano, » disse Verrezzi, che fin allora stava zitto, « se ardite insultare ancora il mio amico, v'immergo la spada nel cuore.