Entrata dalla zia, la di lei calma le fece credere che ignorasse l'accaduto; volle raccontarglielo con cautela; ma la zia l'interruppe dicendole che sapeva tutto. Benchè Emilia sapesse benissimo ch'ella aveva poche ragioni per amare il marito, pur non la credeva capace di tanta indifferenza. Ottenne il permesso di condur seco Annetta, e si ritirò subito. Una striscia di sangue, rigando il corridoio, conducea alla sua stanza, e nel luogo del combattimento il suolo erane tutto coperto. La fanciulla tremò, ed appoggiossi alla cameriera nel passarvi. Giunta in camera, volle esaminare dove mettesse la scala, dipendendo molto la sua sicurezza da questa circostanza. Annetta, curiosa e spaventata insieme, acconsentì al progetto; ma nell'avvicinarsi alla porta, la trovarono chiusa al di fuori, talchè dovettero accontentarsi di assicurarla nell'interno, appoggiandovi i mobili più pesanti che poterono smovere. Emilia andò a letto, e la cameriera si mise sur una sedia presso al camino, ove fumava ancora qualche tizzone.
CAPITOLO XXI
Fa duopo riferir ora qualche circostanza di cui l'improvvisa partenza da Venezia e la rapida sequela di casi susseguiti nel castello non ne concessero d'occuparci.
La mattina istessa di quella partenza, Morano, all'ora convenuta, andò a casa Montoni per ricevere la sposa. Fu sorpreso non poco dal silenzio e dalla solitudine de' portici, pieni al solito di servitori; ma la sorpresa fece luogo immediatamente al colmo dello stupore ed alla rabbia, allorchè una vecchia aprì la porta, e disse che il suo padrone e tutta la famiglia erano partiti di buonissim'ora da Venezia per andare in terraferma. Non potendolo credere, sbarcò dalla gondola e corse nella sala ad informarsi più minutamente dalla vecchia, la quale persistè nella sua asserzione, e la solitudine del palazzo lo convinse della verità. L'afferrò pel braccio, e parve volesse sfogare sulla poveretta la bile che l'ardea. Le fece mille interrogazioni in una volta, accompagnati da gesti così furibondi, che colei, spaventatissima, non fu in grado di rispondergli. La lasciò, e si mise a scorrere il portico e i cortili come un insensato, maledicendo Montoni e la propria dabbenaggine.
Quando la donna si fu riavuta dal terrore, gli raccontò quanto sapeva; per verità era poco, ma bastò a far comprendere a Morano come Montoni fosse andato al suo castello degli Appennini. Ei ve lo seguì tostochè la sua gente ebbe fatti i necessari preparativi, accompagnato da un amico e da numerosa servitù. Era deciso di ottenere Emilia, o sacrificare Montoni alla sua vendetta. Quando si fu alquanto calmato, la coscienza gli rammentò alcune circostanze che spiegavano abbastanza la condotta di Montoni. Ma in qual modo quest'ultimo avrebbe mai potuto sospettare un'intenzione ch'egli solo conosceva, e che non poteva indovinare? Su questo punto però era stato tradito dall'intelligenza simpatica che esiste, per così dire, fra le anime poco delicate, e fa giudicare ad un uomo ciò che deve fare un altro in una data circostanza. Così infatti era accaduto a Montoni. Aveva alfine acquistata la certezza di quanto già sospettava: che la sostanza, cioè, del conte Morano, invece di esser ragguardevole, come l'aveva creduto in principio, era al contrario in cattivissimo stato. Montoni avea favorito le sue pretese sol per motivi personali, per orgoglio, per avarizia. La parentela d'un nobile veneziano avrebbe sicuramente soddisfatto il primo, e l'altro speculava sui beni di Emilia di Guascogna, che doveangli esser ceduti il giorno stesso delle nozze. Aveva già concepito qualche sospetto per le sregolatezze del conte, ma non aveva acquistata la certezza della di lui rovina, se non la vigilia del matrimonio. Non esitò dunque a concludere che Morano lo ingannava per certo sull'articolo dei beni di Emilia, e questo dubbio confermossi, quando, dopo aver convenuto di firmare il contratto la notte medesima, il conte mancò alla sua parola. Un uomo così poco riflessivo, così distratto come Morano, nel momento in cui s'occupava delle sue nozze, aveva facilmente potuto mancare all'impegno senza malizia; ma Montoni interpretò l'incidente secondo le proprie idee. Dopo avere aspettato un pezzo, egli aveva ordinato a tutta la sua famiglia di star pronta al primo cenno. Affrettandosi di arrivare al castello d'Udolfo, voleva sottrarre Emilia a tutte le ricerche di Morano, e sciogliersi dall'impegno senza esporsi ad alterchi. Se il conte, al contrario, non avesse avuto che pretese onorevoli, com'ei le chiamava, avrebbe certamente seguito Emilia, e firmata la cessione concertata. A questo patto Montoni l'avrebbe sacrificata senza scrupolo ad un uomo rovinato, all'unico scopo di arricchir sè medesimo. Si astenne nullameno dal dirle una sola parola sui motivi di quella partenza, temendo che un'altra volta un barlume di speranza non la rendesse indocile ai suoi voleri.
Fu per tai considerazioni ch'era partito improvvisamente da Venezia; e, per motivi opposti, Morano eragli corso dietro attraverso i precipizi dell'Appennino. Allorchè seppe il di lui arrivo, Montoni, persuaso che venisse ad adempire la sua promessa, si affrettò di riceverlo; ma la rabbia, le espressioni ed il contegno di Morano lo disingannarono tosto. Montoni spiegò in parte le ragioni della sua improvvisa partenza; e il conte, persistendo a chiedere Emilia, colmollo di rimproveri senza parlare dell'antico patto.
Il castellano finalmente, stanco della disputa, ne rimise la conclusione alla domane, e Morano si ritirò con qualche speranza sull'apparente di lui perplessità; quando però, nel silenzio della notte, si rammentò il loro colloquio, il di lui carattere e gli esempi della sua doppiezza, la poca speranza che conservava l'abbandonò, e risolse di non perder l'occasione di possedere Emilia in altro modo. Chiamò il suo confidente, gli comunicò il proprio disegno, e l'incaricò di scoprire fra i servi del castello qualcuno che volesse prestarsi a secondare il ratto di Emilia: se ne rimise in tutto alla scelta e prudenza del suo agente, e non a torto, poichè questi non tardò a trovar un uomo stato recentemente trattato con rigore da Montoni, e che non pensava se non a tradirlo. Costui condusse Cesario fuori del castello, e per un passaggio segreto l'introdusse alla scala, gl'indicò una via più corta, e gli diede le chiavi che potevano favorirne la ritirata; fu anticipatamente ben ricompensato, ed abbiamo veduto qual riuscita ebbe l'attentato del conte.
Il vecchio Carlo, frattanto, aveva sorpreso due servitori di Morano, i quali avendo avuto ordine di aspettare colla carrozza fuori del castello, comunicavansi la loro maraviglia sulla partenza improvvisa e segreta del padrone. Il cameriere non aveva lor confidato, del progetto di Morano, se non ciò ch'essi dovevano eseguire; ma i sospetti eran destati, e Carlo ne trasse il miglior partito. Prima di correre da Montoni, procurò di raccogliere altre notizie, ed a tal uopo, accompagnato da un altro servo, si pose in agguato alla porta del corridoio della camera di Emilia; nè vi restò indarno, giacchè, poco dopo, sentì giunger Morano, ed essendosi accertato de' suoi progetti, corse ad avvertire il padrone, contribuendo così ad impedire il ratto.
Montoni, il giorno dopo, col braccio al collo, fece il solito giro delle mura, visitò gli operai, ne fece aumentare il numero, e tornò al castello, ov'era aspettato da nuovi ospiti. Li fe' venire in un appartamento separato, e Montoni restò chiuso seco loro per quasi due ore. Chiamato poscia Carlo, gli ordinò di condurre i forestieri nelle stanze destinate agli uffiziali della casa, e di farli immediatamente rifocillare.