Frattanto il conte giacea in una capanna della foresta, oppresso da doppio patimento, e meditando una terribil vendetta. Il servo di lui, spedito al villaggio più vicino, non tornò che il dì dopo con un chirurgo, il quale non volle spiegarsi sul carattere della ferita, e volendo prima esaminare i progressi dell'infiammazione, gli amministrò un calmante, e restò con lui per giudicarne gli effetti.

Emilia potè nel resto di quella notte riposare un poco. Destandosi, si rammentò che finalmente era stata liberata dalle persecuzioni di Morano, e si sentì sollevata in gran parte da' mali che l'opprimevano da tanto tempo. L'affliggevano ancora però i sospetti esternatile dal conte sulle mire di Montoni: egli aveva detto che i suoi progetti erano impenetrabili, ma terribili. Per iscacciarne il pensiero, cercò le sue matite, si affacciò alla finestra, e contemplò il paese per iscegliervi una bella veduta.

Così occupata, riconobbe sui bastioni gli uomini giunti di fresco nel castello. La vista di quegli stranieri la sorprese, ma ancor più il loro esteriore: avevano essi una singolarità di vestiario, una fierezza di sguardi, che cattivarono la di lei attenzione. Si ritirò dalla finestra mentr'essi vi passavano sotto, ma vi si riaffacciò tosto per osservarli meglio. Le loro fisonomie accordavansi così bene coll'asprezza di tutta la scena, che, mentre esaminavano il castello, li disegnò come banditi nella sua veduta.

Carlo, avendo procurato a coloro i rinfreschi necessari, tornò da Montoni, il quale voleva scoprire il traditore da cui, la notte precedente, Morano aveva ricevute le chiavi; ma Carlo, troppo fedele al suo padrone per soffrire che gli nuocessero, non avrebbe però denunziato il camerata, neppure alla giustizia. Accertò che l'ignorava, e che il colloquio de' servi del conte non gli avea svelato altro che la trama. I sospetti di Montoni caddero naturalmente sul guardaportone, e lo fece venire. Bernardino negò con tanta audacia, che lo stesso Montoni dubitò della sua reità, senza poterlo credere innocente; infine lo rimandò, talchè sebben fosse il vero autore del complotto, ebbe l'arte di sfuggire ad un severo castigo.

Montoni recossi dalla moglie, ed Emilia non tardò a raggiungerli; essa li trovò in una violenta contesa e voleva ritirarsi, ma la zia la richiamò.

« Voi sarete testimone, » diss'ella, « della mia resistenza. Ora ripetete, o signore, il comando al quale ho tante volte ricusato d'obbedire. »

Egli ordinò severamente alla nipote di ritirarsi. La zia insistè perchè restasse. Emilia desiderava sfuggire alla scena di quell'alterco; voleva servire la zia, ma disperava di calmare Montoni, nei cui sguardi dipingeasi a tratti di fuoco la tempesta dell'anima.

« Uscite, » gridò egli infine con voce tuonante, Emilia obbedì, e andò sul bastione, dove non erano più gli stranieri. Meditando sull'infelice unione fatta dalla sorella di suo padre, e sull'orrore della propria situazione, cagionata dalla ridicola imprudenza della zia, avrebbe voluto rispettarla quant'erale affezionata; ma la condotta della Montoni aveaglielo sempre reso impossibile. La pietà però che sentiva pel cordoglio di quella infelice, le faceva obliare i torti dei quali poteva accusarla.

Mentre passeggiava così sul bastione, comparve Annetta, che, guardando intorno con cautela, le disse:

« Mia cara padroncina, vi cerco dappertutto; se volete seguirmi, vi farò vedere un quadro.