— Ah! tu parli di questo quadro qui, » disse Emilia calmandosi. « Vieni, Annetta. Non vedo altro degno d'attenzione. Andiamo via. »
Avviandosi alla sua stanza, essa vide Montoni scendere nella sala, e tornò nel gabinetto di sua zia, cui trovò sola e piangente. Il dolore e il risentimento lottavano sulla sua fisonomia. L'orgoglio aveva trattenuto fin allora le sue doglianze. Giudicando Emilia da sè medesima, e non potendo dissimulare ciò che si meritava da lei l'indegnità del suo trattamento, credeva che i suoi affanni avrebbero eccitata la gioia della nipote, anzichè qualche simpatia. Credeva che la disprezzerebbe, nè avrebbe, per lei la minima compassione; ma conosceva assai male la bontà di Emilia.
Le pene vinsero finalmente l'orgoglioso carattere. Quando Emilia era entrata la mattina nelle sue stanze, le avrebbe svelato tutto, se il marito non l'avesse prevenuta; ed or che la di lui presenza non glielo impediva, proruppe in amari lamenti.
« O Emilia, » esclamò ella, « io sono la donna più infelice! Vengo trattata in un modo barbaro! Chi l'avrebbe preveduto, quando aveva dinanzi a me una sì bella prospettiva, che proverei un destino così terribile? Chi avrebbe creduto, allorchè sposai un uomo come Montoni, che mi sarei avvelenata la vita? Non c'è mezzo d'indovinare il miglior partito da prendere; non ve n'ha per riconoscere il vero bene. Le speranze più lusinghiere c'ingannano, ingannando così anche i più saggi. Chi avrebbe preveduto, quando sposai Montoni, che mi pentirei così presto della mia generosità? »
Emilia sapeva bene che avrebbe dovuto prevedere tutti questi inconvenienti, ma non essendo quello il momento di farle inutili rimproveri, sedette presso la zia, le prese la mano, e con quell'aria pietosa che la faceva somigliare ad un angelo custode, le parlò con infinita dolcezza. Tutti i suoi discorsi però non bastarono a calmare la signora Montoni, la quale non volle ascoltar nulla; essa aveva bisogno di sfogarsi ancor prima di essere consolata.
« Ingrato! » diss'ella, « mi ha ingannato in tutte le maniere. Ha saputo strapparmi dalla patria, dagli amici; mi chiuse in questo antico castello, e crede costringermi a cedere a tutti i suoi voleri; ma vedrà che si è ingannato, vedrà che nessuna minaccia basterà ad indurmi a... Ma chi l'avrebbe creduto? Chi l'avrebbe mai supposto che, col suo nome, la sua apparente ricchezza, costui non avesse nulla affatto? No, neppure uno zecchino del suo! Io credeva far bene: lo credeva uomo d'importanza ed opulentissimo, altrimenti non lo avrei sposato. Ingrato! Perfido! Mostro!...
— Cara zia, calmatevi; il signor Montoni sarà forse men ricco di quello che credevate, ma non è poi così povero. La casa di Venezia e questo castello sono suoi. Posso io domandarvi quali sono le circostanze che vi affliggono più particolarmente?
— Quali circostanze! » sclamò la zia furibonda. « Che! non basta? Da molto tempo rovinato al giuoco, ha perduto anche tutto ciò che gli ho donato, ed ora pretende che gli faccia cessione di tutti i miei beni. Fortuna che la maggior parte di essi sono in testa mia: ei vorrebbe dilapidare anche questi e gettarsi in un progetto infernale di cui egli solo può comprendere l'idea; e... tutto questo non basta?
— Certo, » disse Emilia, « ma rammentatevi, signora, ch'io l'ignorava assolutamente.
— E non basta, che la sua rovina sia compiuta, che sia pieno di debiti d'ogni sorta al punto che, se dovesse pagarli, non gli resterebbe nè il castello, nè la casa di Venezia?