Per divagarsi alquanto, prese il velo, e scese sui bastioni, l'unico passeggio che le fosse permesso. Avrebbe, sì, desiderato percorrere i boschi sottoposti, e contemplare i sublimi quadri della natura; ma Montoni non volendo ch'ella uscisse dal castello, cercava contentarsi delle viste pittoresche cui osservava dalle mura. Nessuno eravi allora colà; il cielo era tetro e tristo come lei. Però, trapelando il sole dalle nubi, Emilia volle vederne l'effetto sulla torre di tramontana: voltandosi, vide i tre forestieri della mattina, e si sentì un tremito involontario. Coloro le si avvicinarono mentre esitava. Volle ritirarsi, ed abbassò il velo, che mal ne nascondeva la beltà. Essi guardaronla attenti, parlandosi tra loro: la fierezza delle fisonomie la colpì ancor più del singolare abbigliamento. La figura in ispecie di quello in mezzo spirava una ferocia selvaggia, truce e maligna che l'atterrì. Passò rapida: quando fu in fondo al terrazzo, si volse, e vide gli stranieri all'ombra della torretta, intenti a considerarla, ed a parlare con fuoco tra loro. Ella affrettossi a ritirarsi in camera.
Montoni cenò tardi, e restò un pezzo a tavola cogli ospiti nel salotto di cedro. Gonfio del suo recente trionfo su Morano, vuotò spesso la coppa, e si abbandonò senza ritegno ai piaceri della tavola e della conversazione. Il brio di Cavignì parea al contrario scemato: guardava Verrezzi, cui aveva stentato molto a contenere fin allora, e che voleva sempre manifestare a Montoni gli ultimi insulti del conte.
Un convitato mise in campo i casi della notte scorsa, e gli occhi di Verrezzi sfavillarono: si parlò poscia di Emilia, e fu un concerto di elogi. Montoni solo tacea. Partiti i servi, la conversazione divenne più libera; il carattere irascibile di Verrezzi mescolava talvolta un po' di asprezza in quanto diceva, ma Montoni spiegava la sua superiorità perfin negli sguardi e nelle maniere. Uno di essi nominò imprudentemente di nuovo Morano; Verrezzi scaldato dal vino, e senza badare ai ripetuti segni di Cavignì, diede misteriosamente qualche cenno sull'incidente della vigilia. Montoni non parve notarlo e continuò a tacere, senza mostrare alterazione. Quell'apparente insensibilità accrebbe l'ira di Verrezzi, il quale finì a manifestare i detti di Morano, che, cioè, il castello non gli apparteneva legittimamente, e che non avrebbegli lasciato volontariamente un altro omicidio sull'anima.
« Sarei io insultato alla mia tavola, e lo sarei da un amico? » gridò Montoni pallido dal furore. « Perchè ripetermi i motti d'uno stolto? » Verrezzi, che si aspettava di vedere l'ira di Montoni volgersi contro il conte, guardò Cavignì con sorpresa, e questi godè della sua confusione. « Avreste la debolezza di credere ai discorsi d'un uomo traviato dal delirio della vendetta?
— Signore, » disse Verrezzi, noi crediamo solo quel che sappiamo.
— Come! » interruppe Montoni con gravità; « dove sono le vostre prove?
— Noi crediamo solo quel che sappiamo, e non sappiam nulla di quanto ci affermò Morano. »
Montoni parve rimettersi, e disse: « Io son sempre pronto, amici, quando si tratta del mio onore; nessuno potrebbe dubitarne impunemente. Orsù, beviamo.
— Sì, beviamo alla salute della signora Emilia, » disse Cavignì.
— Con vostro permesso, prima a quella della castellana, » soggiunse Bertolini. Montoni taceva.