Secondata da Annetta, ella dispose la salma per la sepoltura. A mezzanotte, comparvero gli uomini che dovevano trasportarla alla tomba. Emilia potè contenere a stento l'agitazione vedendo quelle orride figure: due di essi, senza proferir parola, presero il cadavere sulle spalle, ed il terzo precedendoli con una fiaccola, discesero tutti uniti nel sotterraneo della cappella. Dovevano traversare i due cortili della parte orientale del castello, ch'era quasi tutta rovinata. Il silenzio e l'oscurità de' luoghi poco poterono sullo spirito di Emilia, occupata d'idee assai più lugubri. Giunti al limitare del sotterraneo, essa sostò, sovrappresa da una commozione inesprimibile di dolore e di spavento, e si volse per appoggiarsi ad Annetta, muta e tremante al par di lei. Dopo qualche pausa, inoltrò, e scorse, fra le arcate, gli uomini che deponevano la bara sull'orlo d'una fossa. Ivi trovavansi un altro servo di Montoni ed un sacerdote di cui non s'avvide se non quando cominciò le preci. Allora alzò gli occhi, e scorse la faccia venerabile d'un religioso, che con voce bassa e solenne recitò l'uffizio dei morti. Nell'istante in cui il cadavere venne calato nel sepolcro, il quadro era tale, che il più abile pennello non avrebbe sdegnato dipingere. I lineamenti feroci, le fogge bizzarre di quegli scherani, inclinati colle faci sulla fossa, l'aspetto venerabile del frate, avvolto in lunghe vesti di lana bianca, il cui cappuccio, calato indietro, faceva risaltare un viso pallido, adombrato di pochi capelli bianchi, onde la luce delle torce lasciava vedere l'afflizione addolcita dalla pietà; l'attitudine interessante di Emilia appoggiata ad Annetta colla faccia semicoperta d'un velo nero, la dolcezza e beltà della fisonomia, e il suo intenso dolore, che non le permetteva di piangere, mentre affidava alla terra l'ultima parente che avesse; i riflessi tremolanti di luce sotto le vôlte, l'ineguaglianza del terreno, ov'erano stati recentemente sepolti altri corpi, la lugubre oscurità del luogo, tante circostanze riunite, avrebbero trascinato l'immaginazione dello spettatore a qualche caso forse più orribile del funerale dell'insensata ed infelice signora Montoni.
Terminata la funzione, il frate guardò Emilia con attenzione e sorpresa; pareva volesse parlarle, ma la presenza dei masnadieri lo trattenne. Nell'uscire dalla cappella si permisero indegni motteggi sulla cerimonia e sullo stato di lui con grand'orrore d'Emilia. Li sofferse in silenzio, limitandosi a chiedere di essere ricondotto sano e salvo al suo convento, dal quale era venuto dietro richiesta espressa del castellano, a ciò indotto dalle istanze della nipote. Giunti nel secondo cortile, il frate impartì alla fanciulla la sua benedizione, fissandola con occhio pietoso, poi s'incamminò verso il portone. Le due donne ritiraronsi alle proprie stanze.
Emilia passò parecchi giorni in assoluta solitudine, nel terrore per sè e nel rammarico della perdita di sua zia. Si determinò infine a tentare un nuovo sforzo per ottener da Montoni che la lasciasse andare in Francia. Non sapeva formare veruna congettura sui motivi che potea avere d'impedirglielo; era troppo persuasa ch'ei volea tenerla seco, ed il suo primo rifiuto le lasciava poca speranza. L'orrore inspiratole dalla di lui presenza, le faceva differire di giorno in giorno il colloquio. Un messaggio però dello stesso Montoni la tolse da tale incertezza; egli desiderava vederla all'ora che indicava. Fu quasi per lusingarsi, che, essendo morta la zia, egli acconsentirebbe a rinunziar alla sua usurpata autorità; ma rammentandosi poi che i beni tanto contrastati erano divenuti attualmente suoi, temè che Montoni volesse usare qualche stratagemma per farseli cedere, e non la tenesse fin allora prigioniera. Quest'idea, invece di abbatterla, rianimò tutte le potenze dell'anima sua, e le infuse nuovo coraggio. Avrebbe rinunziato a tutto per assicurare il riposo della zia, ma risolse che veruna persecuzione personale avrebbe il potere di farla recedere da' suoi diritti. Era interessatissima a conservare l'eredità a riguardo specialmente di Valancourt, col quale lusingavasi così di passare una vita felice. A questa idea sentì quant'ei le fosse caro, e si figurava anticipatamente il momento in cui la di lei generosa amicizia avrebbe potuto dirgli che gli recava in dote tutti quei beni; si figurava vedere il sorriso che animerebbe i suoi lineamenti, e gli sguardi affettuosi che esprimerebbero tutta la sua gioia e riconoscenza. Credette in quel momento di poter affrontare tutti i mali che l'infernale malizia di Montoni le avrebbe preparato. Si ricordò allora, per la prima volta dopo la morte della zia, ch'essa aveva carte relative a questi beni, e risolse di farne ricerca appena avesse parlato con Montoni.
Con questa idea andò a trovarlo all'ora prescritta: era in compagnia di Orsino e d'un altro uffiziale, e pareva esaminare con diligenza molte carte deposte sur un tavolino.
« Vi ho fatta chiamare, » diss'egli alzando la testa, « perchè desidero siate testimone di un affare che debbo ultimare col mio amico Orsino. Tutto ciò che si vuol da voi, è che firmiate questa, carta. » La prese, ne lesse borbottando alcune righe, la depose sul tavolo, e le diede una penna. Stava per firmare, quando le venne d'improvviso in mente il disegno di lui; le cadde la penna di mano, e negò di firmare senza leggere il contenuto: Montoni affettò sorridere, e ripresa la carta, finse rileggere un'altra volta come aveva già fatto. Emilia, fremendo del pericolo e dell'eccesso di credulità che l'avea quasi tradita, ricusò positivamente di firmare. Montoni continuò alcun poco i motteggi; ma quando, dalla perseveranza di lei, comprese che aveva indovinato il suo progetto, cambiò linguaggio e le ordinò di seguirlo. Appena furono soli, le disse che aveva voluto, per lei e per sè medesimo, prevenire un diverbio inutile in un affare, in cui la sua volontà formava la giustizia, e sarebbe diventata una legge; che preferiva persuaderla anzichè costringerla, e che in conseguenza adempisse al suo dovere.
« Io, come marito della defunta signora Cheron, » soggiunse egli, « divento l'erede di tutto ciò che ella possedeva; i beni, che non ha voluto donarmi mentre viveva, non devono ora passare in altre mani. Vorrei, pel vostro interesse, disingannarvi dell'idea ridicola ch'essa vi diede alla mia presenza, che i suoi beni cioè sarebbero vostri, se moriva senza cedermeli. Penso che voi siate troppo ragionevole per provocare il mio giusto risentimento; non soglio adulare, e voi potete riguardare i miei elogi come sinceri. Voi possedete un criterio superiore al vostro sesso; e non avete veruna di quelle debolezze che distinguono in generale il carattere delle donne, l'avarizia cioè e il desiderio di dominare. »
Montoni si fermò; Emilia non rispose.
« Giudicando come faccio, » ripigliò egli, « io non posso credere vorrete mettere in campo una contesa inutile. Non credo neppure che pensiate acquistare o possedere una proprietà, sulla quale la giustizia non vi accorda nessun diritto. Scegliete dunque l'alternativa che vi propongo. Se vi formerete un'esatta opinione del soggetto che trattiamo, sarete in breve ricondotta in Francia. Se poi foste tanto sciagurata da persistere nell'errore, in cui v'indusse vostra zia, resterete mia prigioniera, finchè apriate gli occhi. »
Emilia rispose con calma: « Io non sono così poco istruita delle leggi relative a tale soggetto, per lasciarmi ingannare da un'asserzione qualunque; la legge mi accorda il possesso dei beni in questione, e la mia mano non tradirà i miei diritti.
— Mi sono ingannato, a quanto pare, nell'opinione che m'era concepita di voi, » disse Montoni severamente; « voi parlate con arditezza e presunzione su d'un argomento che non intendete. Voglio bene, per una volta, perdonare l'ostinazione dell'ignoranza; la debolezza del vostro sesso, dalla quale non sembrate esente, esige anche questa indulgenza. Ma se persistete, avrete a temer tutto dalla mia giustizia.