— Prigioniere! oh! no, signorina: no, nol sono. Mi ricordo bene di averne veduta una a Venezia; è venuta due o tre volte in casa nostra. Si diceva perfino, sebbene io non l'abbia mai creduto, che il padrone l'amasse perdutamente. »
Emilia pregò Annetta d'informarsi dettagliatamente di tutto ciò che concerneva quelle signore, e, cambiando quindi discorso, parlò della Francia, facendole travedere la speranza di tornarvi in breve.
La ragazza uscì per raccogliere informazioni, ed Emilia cercò obliare le sue inquietudini, pascendosi delle fantastiche immaginazioni create da' poeti.
Verso sera, non volendo esporsi, sulle mura, agli avidi sguardi dei soci di Montoni, andò a passeggiare nella galleria contigua alla sua camera. Giugnendo in fondo ad essa udì ripetuti scrosci di risa. Erano i trasporti dello stravizio, e non gli slanci moderati d'una dolce ed onesta letizia. Parevan venire dalla porta del quartiere di Montoni. Un tal baccano in quel momento in cui l'infelice zia era appena spirata, l'indispettì al sommo, e vi riconobbe la conseguenza della mala condotta di Montoni. Ascoltando, credette riconoscere alcune voci donnesche; tale scoperta la confermò nei sospetti concepiti sulla signora Livona e le sue compagne: era evidente ch'elleno non trovavansi per forza nel castello. Emilia si vedeva così negli alpestri recessi degli Appennini, circondata da uomini che riguardava come briganti, ed in mezzo ad un teatro di vizi, che la faceva inorridire. L'immagine di Valancourt perdè ogni influenza, ed il timore le fece cambiare i suoi progetti, riflettendo a tutti gli orrori che Montoni preparava contro di lei; tremando della vendetta, alla quale esso avrebbe potuto abbandonarsi senza rimorsi, si decise quasi a cedergli i beni contrastati, se vi persisteva ancora, e riscattare così la sicurezza e la libertà; ma, poco di poi, la memoria dell'amante tornava a lacerarle l'anima e ripiombarla nelle angosce del dubbio. Continuò a passeggiare finchè l'ombre della sera ebbero invase le arcate. La fanciulla nonpertanto, non volendo tornar alla sua camera isolata prima del ritorno d'Annetta, passeggiava tuttora per la galleria. Passando dinanzi all'appartamento dove avea una volta osato alzar il velo del quadro, le tornò in mente quell'orrido spettacolo, e sentendosi raccapricciare, sollecitossi, di andarsene dalla galleria mentre aveane ancor la forza. D'improvviso sentì rumor di passi dietro lei. Poteva essere Annetta, ma, voltando gli occhi con timore, scorse tra l'oscurità una gran figura che la seguiva, e poco dopo si trovò stretta tra le braccia d'una persona ed udì una voce bisbigliare all'orecchio. Quando si fu alquanto riavuta dalla sorpresa, domandò chi mai si facesse lecito di trattenerla così?
« Son io, » rispose la voce; « non temete. »
Emilia osservò la figura che parlava, ma la fioca luce della finestra gotica non le permise di distinguere chi fosse.
« Chiunque voi siate, » diss'ella con voce tremula, « per amor di Dio, lasciatemi.
— Vezzosa Emilia, » soggiunse colui, « perchè sequestrarvi così in questo luogo tetro, mentre giù dabbasso regna tanta allegria? Seguitemi nel salotto di cedro: voi ne formerete il migliore ornamento, e non vi spiacerà il cambio. »
Emilia sdegnò rispondere, ma procurò di sciogliersi.
« Promettetemi che verrete, ed io vi lascerò subito; ma accordatemene prima la ricompensa.