— Chi siete voi? » domandò Emilia con isdegno e spavento, e cercando fuggire; « chi siete voi che avete la crudeltà d'insultarmi così?

— Perchè chiamarmi crudele? » rispose colui. « Vorrei togliervi da questa orribile solitudine, e condurvi in una brillante società. Non mi conoscete? »

Emilia si ricordò allora confusamente ch'era uno dei forestieri che circondavano Montoni la mattina in cui andò a trovarlo. « Vi ringrazio della buona intenzione, » replicò essa senza mostrar d'intenderlo, « ma tutto ciò che desidero per ora è che mi lasciate andare.

— Vezzosa Emilia, » soggiunse egli, « abbandonate questo gusto per la solitudine. Seguitemi alla conversazione, e venite ad eclissare tutte le bellezze che la compongono; voi sola meritate l'amor mio. » E volle baciarle la mano; ma la forza dello sdegno le somministrò quella di sciogliersi, e fuggendo nella sua camera, ne chiuse l'uscio prima che vi giungesse colui, e si abbandonò spossata sur una sedia. Sentiva la di lui voce e i tentativi che faceva per aprire, senza aver la forza di chieder soccorso. Alfine si avvide che erasi allontanato, ma pensò alla porta della scala segreta, d'onde avrebbe potuto facilmente penetrare, e si occupò subito ad assicurarla alla meglio. Le pareva che Montoni eseguisse già i suoi progetti di vendetta, privandola della sua protezione, e si pentiva quasi di averlo temerariamente provocato. Credeva oramai impossibile di ritenere i suoi beni. Per conservare la vita e forse l'onore, fece il proponimento che, se fosse sfuggita agli orrori della prossima notte, farebbe la cessione la mattina seguente, purchè Montoni le permettesse di partire da Udolfo.

Preso questo partito, si tranquillò: rimase così per qualche ora in assoluta oscurità; Annetta non giungeva, ed essa principiò a temere per lei; ma non osando arrischiarsi ad uscire, dovè restare nell'incertezza sul motivo di questa assenza. Si avvicinava spesso alla scala per ascoltare se saliva qualcuno, e non sentendo verun rumore, determinata però a vegliare tutta la notte, si gettò vestita sul tristo giaciglio e lo bagnò delle sue innocenti lacrime. Pensava alla perdita de' parenti, pensava a Valancourt lontano da lei. Li chiamava per nome, e la calma profonda, interrotta soltanto dai suoi lamenti, ne aumentava le tetre meditazioni.

In tale stato, udì d'improvviso gli accordi di una musica lontana; ascoltò, e riconoscendo tosto l'istrumento già inteso a mezzanotte, andò ad aprire pian piano la finestra. Il suono pareva venir dalle stanze sottoposte. Poco dopo l'interessante melodia fu accompagnata da una voce, ma così espressiva, da non poter supporre che cantasse mali immaginari. Credette conoscere già quegli accenti si teneri e straordinari; ma rammentavasene appena come di cosa molto lontana. Quella musica le penetrò il cuore, nella sua angoscia attuale, come armonia celeste che consola e incoraggisce. Ma chi potrebbe descrivere la sua commozione allorchè udì cantare, col gusto e la semplicità del vero sentimento, un'arietta popolare del paese natio; una di quelle ariette imparate nell'infanzia, e tanto spesso fattele ripetere dal padre? A quel canto ben noto, fin allora non mai inteso fuori della sua cara patria, il cuore le si dilatò alla rimembranza del passato. Le vaghe e placide solitudini della Guascogna, la tenerezza e la bontà de' genitori, la semplicità e felicità de' primi anni, tutto affacciossele all'imaginazione, formando un quadro così grazioso, brillante e fortemente opposto alle scene, ai caratteri ed ai pericoli ond'era circondata attualmente, che il suo spirito non ebbe più forza di riandare il passato e non sentì più che il peso degli affanni.

D'improvviso, la musica cambiò, e la fanciulla, attonita, riconobbe l'istessa aria già intesa alla sua peschiera. Allora le si presentò un'idea colla rapidità del lampo, e secolei una catena di speranze la elettrizzò; poteva appena respirare, e vacillava tra la speranza e il timore: pronunziò dolcemente il nome di Valancourt. Era possibile che il giovane fosse vicino a lei, e ricordandosi d'avergli udito dire più volte che la peschiera, ove aveva sentito quella canzone, e trovato i versi scritti per lei, era la sua passeggiata favorita anche prima che si conoscessero, fu persuasa che fosse la di lui voce.

A misura che le sue riflessioni si consolidavano, la gioia, il timore e la tenerezza lottavano in lei: affacciossi alla finestra per ascoltar meglio quegli accenti, che valessero a confermare o distruggere la sua speranza, non avendo Valancourt mai cantato alla di lei presenza; la voce e l'istrumento tacquero di li a poco, ed essa ponderò un momento se doveva arrischiarsi a parlare. Non volendo, se era Valancourt, commettere l'imprudenza di nominarlo, e troppo interessata al tempo istesso per trascurar l'occasione di chiarirsi, gridò dalla finestra: « E' una canzone di Guascogna? » Inquieta, attenta, aspettò una risposta, ma indarno. Ripetè la domanda, ma non udì altro strepito tranne i fischi del vento traverso i merli delle mura. Cercò consolarsi persuadendosi che l'incognito si fosse allontanato prima ch'ella gli parlasse.

Se Valancourt avesse sentita e riconosciuta la sua voce, avrebbe per certo risposto. Riflettè quindi che forse la prudenza l'aveva obbligato a tacere. « Se egli è nel castello, » diceva essa, « dev'esservi come prigioniero; per cui avrà temuto di rispondermi in tanta vicinanza delle sentinelle. »

Perplessa, inquieta, rimase alla finestra sino all'alba, poi se ne tornò a letto, ma non potè chiuder occhio; la gioia, la, tenerezza, il dubbio, il timore occuparono tutte le ore del sonno, ore che non le parvero tanto lunghe come quella volta. Sperava veder tornare Annetta, e ricever da lei una certezza qualunque, che ponesse fine ai suoi tormenti attuali.