Emilia intanto, nell'uscire, osservava il castello, il quale non era più immerso in tetro silenzio, come quando eravi entrata; dappertutto era uno strepito d'armi, un affaccendarsi ai preparativi di difesa. Quando fu uscita dal portone, quando s'ebbe lasciato indietro quella formidabile saracinesca, que' tetri bastioni, sentì una gioia improvvisa, come di schiavo che ricuperi la sua libertà. Questo sentimento non le permetteva di riflettere ai nuovi pericoli che potevano minacciarla: i monti infestati da saccomani, un viaggio cominciato con guide, la cui sola fisonomia valeva ad incuterle spavento. Sulle prime però gioì, trovandosi fuori di quelle mura, dov'era entrata con sì tristi presagi. Rammentavasi di quali presentimenti superstiziosi fosse stata côlta allora, e sorrideva dell'impressione ricevutane dal suo cuore.
Osservava con tai sentimenti le torri del castello, e pensando che lo straniero, cui credea ivi detenuto poteva essere Valancourt, la sua gioia fu di lieve durata. Riunì tutte le circostanze relative all'incognito, fin dalla notte in cui avevagli sentito cantare una canzone del suo paese. Se le era rammentate spesso, senza trarne alcuna convinzione, e credeva soltanto che Valancourt potesse esser prigioniero in Udolfo. Era probabile che, cammin facendo, raccogliesse da' suoi conduttori notizie più dettagliate; ma temendo d'interrogarli troppo presto, per paura che una diffidenza reciproca non li impedisse di spiegarsi in presenza l'uno dell'altro, aspettò l'occasione favorevole per intertenerli separatamente.
Poco dopo, udirono in lontananza il suono di una tromba. Le due guide si fermarono guardando indietro. Il bosco foltissimo, ond'eran circondati, non lasciava veder nulla. Uno di essi salì sopra un poggio per osservare se il nemico si avanzasse, giacchè la tromba senza dubbio apparteneva alla sua vanguardia. Mentre l'altro intanto restava solo con Emilia, ella si arrischiò d'interrogarlo a proposito del supposto Valancourt. Ugo, tale era il nome di colui, rispose che il castello racchiudeva parecchi prigionieri, ma che non rammentandosene nè la figura, nè il tempo dell'arrivo, non poteva darle informazioni precise. Gli domandò quali prigionieri fossero stati fatti dall'epoca che indicò cioè da quando aveva intesa la musica per la prima volta. « Sono stato fuori colla truppa per tutta la settimana, » rispose Ugo, « e non so nulla di quel che è accaduto nel castello. »
Bertrando, l'altra guida, tornò ad informar il compagno di quanto avea veduto, ed Emilia non domandò più nulla. I viaggiatori uscirono dal bosco, e scesero in una valle per una direzione contraria a quella che doveva prendere il nemico. Emilia vide intieramente il castello, e contemplò colle lacrime agli occhi quelle mura ov'era forse chiuso Valancourt. Cominciarono a sentire le cannonate; desse elettrizzavano Ugo, il quale ardeva d'impazienza di trovarsi a combattere, maledicendo Montoni che lo mandava così lontano. I sentimenti del suo compagno parevano molto diversi, e più adattati alla crudeltà, che ai piaceri della guerra.
Emilia faceva frequenti interrogazioni sul luogo del suo destino; ma non potè saper altro, se non che andava in Toscana; e tutte le volte che ne parlava, parevale scoprire nella faccia di quei due uomini un'espressione di malizia e fierezza che la faceva tremare.
Viaggiarono alcune ore in profonda solitudine; verso sera s'ingolfarono fra precipizi ombreggiati da cipressi, pini ed abeti; era un deserto così aspro e selvaggio, che se la malinconia avesse dovuto scegliersi un asilo, quello sarebbe stato il suo favorito soggiorno. Le guide decisero di riposar quivi. « La sera si avanza, » disse Ugo, « e andando più oltre saremmo esposti ad esser divorati dai lupi. » Questo fu un cattivo annunzio per Emilia, trovandosi ad ora così tarda in quei luoghi selvaggi, alla discrezione di coloro. Gli orribili sospetti concepiti sui disegni di Montoni se le presentarono con maggior forza; fece di tutto per impedir la sosta, e domandò con inquietudine quanto cammino restasse da fare.
« Molte miglia ancora, » disse Bertrando; « se non volete mangiare, buona padrona, ma noi vogliamo cenare, chè ne abbiamo bisogno. Il sole è già tramontato: fermiamoci sotto questa rupe. » Il suo camerata acconsentì, fecero scendere Emilia dalla mula, e sedutisi tutti sull'erba, si misero a mangiare alcuni cibi tratti da una valigia.
L'incertezza aveva talmente aumentata l'ansietà di Emilia a proposito del prigioniero, che non potendo discorrere col solo Bertrando, lo interrogò alla presenza di Ugo; indarno: ei disse non saperne nulla affatto. Ciarlando di varie cose, vennero a discorrere di Orsino e del motivo per cui era fuggito da Venezia. Qual non fu il raccapriccio d'Emilia allorchè Bertrando narrò la storia d'un altro assassinio fatto commettere per conto del cavaliere, ed in cui il bravo avea sostenuta una parte principale! A tale scoperta, mille terribili supposizioni l'assalsero: essa credeva restar vittima della cupidigia di Montoni, il quale avesse deciso di disfarsi di lei in silenzio, e per mezzo di quegli scherani, per appropriarsi in pace i di lei beni.
Il sole era tramontato tra folte nubi, ed Emilia arrischiò tremando di rammentare alle guide che cominciava a farsi tardi, ma essi erano troppo occupati dei loro discorsi per badare a lei. Dopo aver finito di cenare, ripresero la strada della valle in silenzio. Emilia continuava a pensare alla propria situazione, ed alle ragioni che poteva aver Montoni per trattarla così. Era indubitato ch'egli aveva cattive mire su di lei. Se non la faceva perire per appropriarsi istantaneamente i di lei beni, non facevala nascondere per un certo tempo, se non per riservarla a progetti più tristi, degni della sua cupidigia, e meglio adatti alla sua vendetta. Rammentandosi dell'insulto fattole nella galleria, la sua orribile supposizione acquistò maggior forza. A qual fine però l'allontanava dal castello, ove probabilmente erano già stati commessi con segretezza tanti delitti?
Il di lei spavento divenne allora sì eccessivo, che proruppe in dirotto pianto. Pensava nel tempo stesso al diletto padre, ed a ciò che avrebbe sofferto se avesse potuto prevedere le strane e penose di lei avventure. Con qual cura si sarebbe guardato dall'affidare la sua figlia orfana ad una donna tanto debole come la signora Montoni! La sua posizione attuale sembravale così romanzesca, che, rammentandosi la calma e serenità de' primi anni, si credeva quasi vittima di qualche sogno spaventoso, o di un'immaginazione delirante. La riservatezza impostale dalla presenza delle guide, cambiò il suo terrore in cupa disperazione. La prospettiva spaventevole di ciò che poteva accaderle in seguito la rendeva quasi indifferente ai pericoli che la circondavano. La notte era già tanto avanzata, che i viaggiatori vedevano appena la strada.