Quella dichiarazione precisa, che non l'avrebbe protetta se non condizionatamente, durante la sua cattività nel castello, convinse Emilia della necessità di arrendersi; ma prima gli domandò se le avrebbe permesso di partire immediatamente dopo aver firmata la cessione; egli le ne fece solenne promessa, e le presentò la carta, colla quale essa gli trasferiva tutti i suoi diritti.
Fu per qualche tempo incapace di firmare, avendo il cuore lacerato da opposti affetti; stava per rinunziare alla felicità della sua vita, e alla speranza che l'avea sostenuta in un sì lungo corso di avversità.
Montoni le ripetè i patti della sua obbedienza, osservandole che tutti i momenti erano preziosi. Essa prese la penna e firmò la cessione. Appena ebbe finito, lo pregò di ordinare la sua partenza e di lasciarle condur seco Annetta. Montoni allora si mise a ridere. « Era necessario ingannarvi, » diss'egli; « era l'unico mezzo per farvi agire ragionevolmente: voi partirete ma non adesso. Bisogna prima ch'io prenda possesso di quei beni; quando ciò sarà fatto, potrete tornarvene in Francia. »
La fredda scelleratezza colla quale ei violava il solenne impegno da lui preso, ridusse Emilia alla disperazione, conoscendo che il suo sacrifizio non le avrebbe giovato a nulla, e sarebbe rimasta prigioniera: non sapeva trovar parole per esprimere i suoi sentimenti, e capiva bene che ogni osservazione sarebbe stata infruttuosa; guardò Montoni con aria supplichevole, ma egli volse il capo, e la pregò di ritirarsi. Incapace di fare neppure un passo, ella si abbandonò sopra una sedia, sospirando affannosamente senza poter piangere, nè parlare.
« Perchè abbandonarvi a questo inopportuno dolore? » le disse Montoni; « sforzatevi di sopportare coraggiosamente ciò che ora non potete evitare. Non avete da lagnarvi di verun affanno reale; abbiate pazienza, e sarete rimandata in Francia. Intanto tornate alla vostra stanza.
— Non oso, signore, » rispose Emilia, « andare in un luogo ove può introdursi il signor Verrezzi. — Non vi ho io promesso di proteggervi? » disse Montoni. — Promesso! » ribattè Emilia titubando. — La mia promessa dunque non basta? » riprese egli severamente. — Rammentatevi della vostra prima promessa, » disse Emilia tremando, « e giudicherete voi stesso qual caso io debba fare delle altre. — Guardatevi dal farmi ritrattare le mie parole. Ritiratevi, voi non avete nulla da temere nel vostro appartamento. »
Emilia ritirossi a passi lenti, e quando fu giunta nella sua camera, esaminò attentamente se vi fosse nascosto qualcuno, chiuse la porta, e si mise a sedere vicino alla finestra. La misera avrebbe forse perduta la ragione, se non avesse lottato fortemente contro il peso delle sue sciagure. Invano sforzavasi di credere che Montoni l'avrebbe realmente rimandata in Francia, tostochè si fosse assicurato de' suoi beni, e che intanto l'avrebbe guarentita dagl'insulti. La sua speranza principale però era riposta in Lodovico; nè dubitava del suo zelo, malgrado la poca fiducia di lui stesso nella progettata evasione.
Questa trista giornata la trascorse come tante altre nella propria camera. Calò la notte, ed Emilia sarebbesi ritirata nella stanza di Annetta se un interesse più forte non l'avesse trattenuta: voleva attendere all'ora consueta il ritorno della musica, la quale, se non potea assicurarla positivamente della presenza di Valancourt nel castello, valea a confermarla nella sua idea e procurarle una consolazione sì necessaria nel suo attuale abbattimento.
La notte era burrascosa: il vento soffiava veemente; le ore passarono: Emilia udì appostar le sentinelle. Di lì a poco, una fioca melodia traversò l'aere; riconobbe il suono di un liuto accompagnato da' queruli accenti d'un uomo. Essa ascoltava sperando e temendo; ritrovò la dolcezza armoniosa della voce e del liuto, che già conosceva. Convinta che la musica partiva da una delle stanze sottoposte, si sporse in fuori per iscoprire alcun lume, ma indarno. Chiamò anche sottovoce, ma il vento impedì senza dubbio di udirla; la musica continuava. D'improvviso, udì battere all'uscio della camera, ed avendo riconosciuto la voce di Annetta, le aprì, invitandola ad avvicinarsi pian piano alla finestra per ascoltare.
« Gran Dio! » sclamò Annetta; « io conosco questa canzone: essa è francese, ed una delle ariette favorite del mio caro paese... È un nostro compatriota che canta e dev'essere il signor Valancourt. — Piano, Annetta, » disse Emilia, « non parlar sì forte; potremmo essere intese. — Da chi? dal cavaliere? — No, ma qualcuno potrebbe tradirci. Perchè credi tu sia Valancourt quello che canta? Ma zitto: la voce diventa più forte. La riconosci? — Signorina, » rispose Annetta, « io non ho mai udito cantare il cavaliere. » Ad Emilia spiacque assai che l'unico motivo di Annetta per credere ch'era Valancourt, fosse che il cantore era Francese. Poco dopo udì la romanza intesa alla peschiera, e il di lei nome fu ripetuto così spesso, che Annetta gridò ad alta voce: « Signor Valancourt! signor Valancourt! » Emilia tentò trattenerla, ma essa gridava sempre più forte; la musica cessò, e nessuno rispose. « Non importa, signora Emilia, » disse la ragazza; « è il cavaliere senz'altro, ed io voglio parlargli. — No, no, Annetta; voglio parlargli io stessa. Se è lui, riconoscerà la mia voce, e risponderà. Chi è, » gridò ella, « che canta così tardi? » Susseguì un lungo silenzio. Ripetè la domanda, ed intese fievoli accenti, i quali parevano venir sì da lontano, che non potè distinguer nessuna parola. Allora credè che l'incognito fosse Valancourt senz'altro, giacchè aveva risposto alla sua voce, e lusingandosi che l'avesse riconosciuta, si abbandonò a trasporti di gioia. Annetta intanto continuava a chiamare. Emilia, temendo allora di esser tradita nelle sue ricerche, la fece tacere, riservandosi ad interrogare Lodovico la mattina seguente.