Emilia era sì agitata dalla prossima speranza di rivedere Valancourt, che passarono alcuni minuti prima di poter rispondere. Finalmente, non seppe indicare un luogo più sicuro del corridoio. Fu dunque stabilito che il cavaliere sarebbe venuto quella notte nel corridoio, e che Lodovico avrebbe pensato a scegliere l'ora. Emilia, come può credersi, passò quest'intervallo in un tumulto di speranza, di gioia e d'ansiosa impazienza. Dopo il suo arrivo al castello non aveva mai osservato con tanto piacere il tramonto del sole. Contava le ore, e le parea che il tempo non passasse mai.
Finalmente suonò mezzanotte. Aprì la porta del corridoio per ascoltare se vi fosse rumore nel castello, e udì solo l'eco delle risa smoderate che partivano dalla sala grande. S'immaginò che Montoni ed i suoi ospiti fossero a tavola. « Essi sono occupati per tutta la notte, » disse fra sè, « e Valancourt sarà presto qui. » Chiuse la porta, e passeggiò per la camera coll'agitazione dell'impazienza. Si affacciava alla finestra, lusingandosi di sentir suonare il liuto; ma tutto era silenzio, e la sua emozione cresceva. Annetta, che aveva fatto restare in sua compagnia, ciarlava secondo il solito; ma Emilia non intendeva sillaba de' suoi discorsi. Tornando alla finestra, sentì alfine la solita voce cantare accompagnata dal liuto. Non potè astenersi dal piangere per la tenerezza. Finita la romanza, Emilia la considerò come un segnale che le indicasse l'uscita di Valancourt. Poco dopo udì camminare nel corridoio, aprì la porta, corse incontro all'amante, e si trovò fra le braccia d'un uomo che non aveva mai veduto. La faccia ed il suono della voce dell'incognito la disingannarono sul momento, e svenne.
Allorchè risensò, trovossi sostenuta da quest'uomo, il quale la considerava con viva espressione di tenerezza e d'inquietudine. Non ebbe la forza per interrogare, nè per rispondere: proruppe in dirotto pianto, e si sciolse dalle di lui braccia. L'incognito impallidì. Sorpreso, guardava Lodovico come per domandargli qualche schiarimento; ma Annetta gli spiegò il mistero che non intendeva neppur Lodovico. « Signore, » gridò ella singhiozzando, « voi non siete l'altro cavaliere. Noi aspettavamo il signor Valancourt, e non siete voi quello. Ah! Lodovico, come avete potuto ingannarci così? la mia povera padrona se ne risentirà per molto tempo. » L'incognito, il quale pareva agitatissimo, voleva parlare, ma gli spirarono le parole sul labbro, e battendosi colla mano la fronte, come preso da improvvisa disperazione, si ritirò dalla parte opposta del corridoio.
Annetta si terse le lagrime, e disse a Lodovico: « Può darsi che l'altro cavaliere, cioè il signor Valancourt, sia tuttora dabbasso. » Emilia alzò la testa. « No, » replicò Lodovico, « il signor Valancourt non c'è stato mai, se questo cavaliere non è lui. Se aveste avuta la bontà di confidarmi il vostro nome, signore, » diss'egli all'incognito, « quest'equivoco non avrebbe avuto luogo. — È verissimo, » rispos'egli in cattivo italiano; « ma m'importava molto che Montoni lo ignorasse. Signora, » soggiunse quindi, volgendosi in francese a Emilia, « permettetemi due parole. Soffrite che spieghi a voi sola il mio nome e le circostanze che m'indussero nell'errore. Io sono vostro compatriotta, e ci troviamo ambidue in una terra straniera. »
Emilia procurò di calmarsi, ed esitava ad accordargli la sua domanda; in fine, pregò Lodovico di andar ad aspettarla in fondo al corridoio, trattenne Annetta, e disse all'incognito che quella fanciulla intendendo pochissimo l'italiano, ei poteva favellarle in questa lingua. Si ritirarono in un angolo, e l'incognito le disse, dopo un lungo sospiro: « Signora, la mia famiglia non dev'esservi ignota. Io mi chiamo Dupont; i miei parenti vivevano a qualche distanza dal vostro castello della valle, ed io ebbi la fortuna d'incontrarvi qualche volta, visitando il vicinato. Non vi offenderò certo ripetendovi quanto sapeste interessarmi, quanto mi compiaceva di errare nei luoghi che voi frequentavate, quante volte ho visitato la vostra peschiera favorita, e quanto gemeva allora delle circostanze che m'impedivano di dichiararvi la mia passione! Non vi spiegherò come potei cedere alla tentazione, ed in qual modo divenni possessore d'un tesoro inestimabile per me, che affidai, pochi giorni sono, al vostro messaggero, con una speranza ben diversa da quella che or mi resta. Non mi estenderò di più. Lasciate ch'io implori il vostro perdono, e circa a quel ritratto che restituii così male a proposito, la vostra generosità ne scuserà il furto, e vorrà rendermelo. Il mio delitto stesso è divenuto il mio castigo; e quel ritratto che involai alimentò una passione che dev'essere sempre il mio tormento. »
Emilia, interrompendolo, disse: « Lascio alla vostra coscienza, o signore, il decidere se, dopo tutto quant'è accaduto a proposito del signor Valancourt, io debba rendervi il ritratto. Non sarebbe un'azione generosa: dovete convenirne voi stesso, e mi permetterete di aggiungere che mi fareste un'ingiuria insistendo per ottenerlo. Mi trovo onorata della favorevole opinione che concepiste di me; ma... l'equivoco di questa sera mi dispensa dal dirvi di più.
— Sì, signora, oimè! sì, » replicò Dupont; « accordatemi almeno di farvi conoscere il mio disinteresse, se non il mio amore. Accettate i servigi d'un amico, il quale, benchè prigioniero, giura di fare ogni tentativo per togliervi da quest'orribile soggiorno, e non mi negate la ricompensa d'aver tentato almeno di meritare la vostra gratitudine.
— Voi la meritate già, signore, » disse Emilia, « ed il voto che esprimete merita tutti i miei ringraziamenti. Scusatemi se vi rammento il pericolo a cui siamo esposti, prolungando questo abboccamento. Sarà per me una gran consolazione, sia che i vostri tentativi vadano a vuoto, od abbiano un esito felice, di avere un generoso compatriotta disposto a proteggermi. »
Dupont prese la mano di Emilia, che voleva ritirarla, e se l'appressò rispettosamente alle labbra.
« Permettetemi, » le disse, « di sospirare vivamente per la vostra felicità, e lodarmi d'una passione che m'è impossibile di vincere. » In quel punto Emilia udì rumore nella sua camera, e voltandosi da quella parte, vide un uomo il quale, precipitandosi nel corridoio brandendo uno stile, gridò: « v'insegnerò io a vincere questa passione! » E corse incontro a Dupont ch'era inerme. Questi scansò il colpo, si gettò su colui, nel quale Emilia riconobbe Verrezzi e lo disarmò. Durante la lotta, Emilia e Annetta corsero a chiamar Lodovico, ma era sparito. Tornando indietro, il rumore della lotta le fece sovvenire del pericolo. Annetta andò a cercar Lodovico; la fanciulla s'affrettò dove Dupont e Verrezzi erano sempre alle prese, e li scongiurò a separarsi. Il primo finalmente gettò in terra l'avversario e ve lo lasciò sbalordito dalla caduta. Emilia lo pregò di fuggire, prima che comparisse Montoni, o qualcun altro: ei ricusò di lasciarla così senza difesa, e mentr'ella, più spaventata per lui che per sè medesima, raddoppiava le sue premurose istanze, udirono salire la scala segreta.