La loro povertà li affliggeva tanto più, perchè poteva trattenerli in cammino, e, sebbene in una città, temevano sempre il potere di Montoni. I viaggiatori adunque non ebbero altro partito che quello di andare avanti a tentar la fortuna. Passarono per luoghi deserti; finalmente udirono da lontano i campanelli di un armento, e poco dopo il belato delle pecore, e riconobbero le tracce di qualche abitazione umana. I lumi veduti da Lodovico erano spariti da molto tempo, nascosti dagli alti monti. Rianimati da questa speranza, accelerarono il passo, e scopersero alfine una delle valli pastorali degli Appennini, fatta per dare l'idea della felice Arcadia. La sua freschezza e bella semplicità contrastavano maestosamente colle nevose montagne circostanti.
L'alba faceva biancheggiare l'orizzonte. A poca distanza, e sul fianco di un colle, i viaggiatori distinsero la città che cercavano, e vi giunsero in breve. Con molta difficoltà poterono trovarvi un asilo momentaneo. Emilia domandò di non fermarsi più del tempo strettamente necessario per rinfrescare i cavalli; la di lei vista eccitava sorpresa, essendo senza cappello, ed avendo appena avuto il tempo di prendere un velo. Le rincresceva perciò la mancanza di denaro, che non permettevale di procacciarsi quest'articolo essenziale.
Lodovico esaminò la sua borsa, e trovò che non bastava neppur a pagare il rinfresco. Dupont si arrischiò di confidarsi all'oste, che gli pareva umano ed onesto; gli narrò la loro posizione, pregandolo d'aiutarli a continuare il viaggio. Colui promise di far tutto il possibile, tanto più essendo essi prigionieri fuggiti dalle mani di Montoni, cui egli aveva ragioni personali per odiare: acconsentì a somministrar loro i cavalli freschi per partire immediatamente, ma non era ricco abbastanza per fornirli anche di denaro. Stavano lamentandosi, lorchè Lodovico, dopo aver condotto i cavalli in istalla, ritornò tutto allegro, e le mise tosto a parte della sua gioia: nel levare la sella ad un cavallo, vi avea trovata una borsa piena di monete d'oro, porzione senza dubbio del bottino fatto dai condottieri. Tornavano essi dal saccheggio allorchè Lodovico era fuggito, ed il cavallo essendo uscito dal secondo cortile, ove stava a bere il suo padrone, aveva portato via il tesoro, sul quale per certo contava quel birbante.
Dupont trovò questa somma sufficientissima per ricondurli tutti in Francia, e risolse allora di accompagnarvi Emilia. Si fidava di Lodovico quanto poteva permetterglielo una conoscenza sì breve, eppure non reggeva all'idea di confidargli Emilia per un sì lungo viaggio. D'altronde, non aveva forse il coraggio di privarsi del pericoloso piacere di vederla.
Tennero consiglio sulla direzione da prendere. Lodovico avendo assicurato che Livorno era il porto più vicino ed accreditato, decisero d'incamminarvisi.
Emilia comprò un cappello e qualche altro piccolo oggetto indispensabile. I viaggiatori cambiarono i cavalli stanchi con altri migliori, e si rimisero lietamente in cammino al sorger del sole. Dopo qualche ora di viaggio attraverso un paese pittoresco, cominciarono a scendere nella valle dell'Arno. Emilia contemplò tutte le bellezze di quei luoghi pastorali e montuosi, unite al lusso delle ville dei nobili fiorentini, e alle ricchezze di una svariata coltura. Verso mezzogiorno scoprirono Firenze, le cui torri s'innalzavano superbe sullo splendido orizzonte.
Il caldo era eccessivo, e la comitiva cercò riposo all'ombra. Fermatisi sotto alcuni alberi, i cui folti rami li difendevano dai raggi del sole, fecero una refezione frugale, contemplando il magnifico paese con entusiasmo.
Emilia e Dupont ridiventarono a poco a poco taciturni e pensierosi, Annetta era giuliva, e non si stancava mai di ciarlare, Lodovico era molto allegro, senza obliare però i riguardi dovuti ai suoi compagni di viaggio. Finito il pasto, Dupont persuase Emilia a procurare di gustar un'ora di sonno, mentre Lodovico avrebbe vegliato. Le due fanciulle, stanche dal viaggio, si addormentarono.
Quando Emilia svegliossi, trovò la sentinella addormentata al suo posto, e Dupont desto, ma immerso ne' suoi tristi pensieri. Il sole era ancora troppo alto per continuare il viaggio, e giustizia volea che Lodovico, stanco dalle tante fatiche, potesse finire in pace il suo sonno. Emilia profittò di questo momento onde sapere per qual caso Dupont fosse caduto prigioniero di Montoni. Lusingato dall'interesse che dimostravagli questa domanda, e dell'occasione che gli somministrava di parlare di sè medesimo, Dupont la soddisfece immediatamente.
« Io venni in Italia, signora, al servizio del mio paese. Una mischia ne' monti colle bande di Montoni mise in rotta il mio distaccamento, e fui preso con alcuni altri. Quando seppi d'essere prigioniero di Montoni, questo nome mi colpì. Mi rammentai che vostra zia aveva sposato un Italiano di tal nome, e che voi li avevate seguiti in Italia. Non potei però sapere con certezza, se non molto dopo, che costui era quello stesso, e che voi abitavate sotto il medesimo tetto con me. Non vi stancherò dipingendovi la mia emozione allorchè seppi questa nuova, la quale mi fu data da una sentinella che potei sedurre fino al punto di accordarmi qualche ricreazione, una delle quali m'interessava assai, ed era pericolosissima per lui. Ma non fu possibile indurlo ad incaricarsi d'una lettera, e di farmi conoscere a voi. Temeva di essere scoperto, e provare tutta la vendetta di Montoni. Mi somministrò però l'occasione di vedervi parecchie volte. Ciò vi sorprende, ma vi spiegherò meglio. La mia salute soffriva molto per mancanza d'aria e d'esercizio, e potei finalmente ottenere, dalla pietà o dall'avarizia sua, di passeggiare la notte sul bastione. » Emilia divenne attenta, e Dupont continuò: