La Bearn si mise a ridere; entrò Villefort, e fu servita la cena. Il conte parlò pochissimo, parve astratto e fece spesso l'osservazione che dall'epoca in cui non l'aveva veduto, il castello era molto cambiato. « Sono scorsi molti anni, » diss'egli, « i siti sono i medesimi, ma mi fanno un'impressione ben diversa da quella ch'io provava altre volte.

— Questo luogo vi è parso forse per l'addietro più piacevole che adesso? » disse Bianca; « mi pare impossibile. »

Il conte la guardò con sorriso malinconico. « Era per l'addietro tanto delizioso a' miei occhi, quanto lo è ora ai vostri. Il paese non è cambiato, ma ho cambiato io col tempo. L'illusione del mio spirito godeva alla vista della natura; ora essa è perduta! Se nel corso della vostra vita, cara Bianca, voi tornerete in questi luoghi, dopo esserne stata assente per molti anni, vi rammenterete forse i sentimenti di vostro padre, ed allora li comprenderete. »

Bianca tacque, afflitta da tali parole, e rivolse le sue idee all'epoca di cui parlava il conte. Considerando che chi le parlava allora probabilmente non esisterebbe più, chinò gli occhi, e sentendoli pregni di lagrime, prese la mano del padre, gli sorrise con tenerezza, e andò alla finestra per nascondere l'emozione.

La stanchezza del viaggio obbligò la compagnia a separarsi di buon' ora. Bianca, traversando una lunga galleria, si ritirò nel suo appartamento, luogo spazioso, colle finestre alte, il cui aspetto lugubre non era acconcio ad indennizzare della posizione quasi isolata in cui si trovava. I mobili n'erano antichi, il letto di damasco turchino, guarnito di frange d'argento. Tutto era per la giovine Bianca oggetto di curiosità. Prese il lume della donna che l'accompagnava per esaminare le pitture del soffitto, e riconobbe un fatto dell'assedio di Troia. Si divertì un poco a rilevare le assurdità della composizione, ma quando riflettè che l'artista che l'aveva eseguita, ed il poeta d'onde aveva ricavato il soggetto non erano più che fredda cenere, fu colta dalla malinconia.

Diede ordine di essere svegliata prima del sorger del sole, rimandò la cameriera e volendo dissipare quell'ombra di tristezza, aprì una finestra, e si rianimò alla vista della natura. La terra, l'aria ed il mare, tutto era tranquillo. Il cielo era sereno: qualche leggero vapore ondeggiava lentamente nelle più alte regioni, aumentando lo splendore delle stelle, che scintillavano come tanti soli. I pensieri di Bianca s'innalzarono involontariamente al grande Autore di quegli oggetti sublimi. Fece una preghiera più fervida di quelle non avesse mai fatto sotto le tristi vôlte del chiostro; poi a mezzanotte si coricò, e non ebbe che sogni felici. Dolce sonno, conosciuto soltanto dalla salute, dall'animo contento e dall'innocenza!


CAPITOLO XXXVI

Bianca dormì assai più dell'ora indicata con tanta impazienza: la sua cameriera, stanca dal viaggio, la destò solo per l'ora della colazione. Questo dispiacere fu tosto dimenticato, quando, aprendo la finestra, vide da una parte l'ampio mare colorito dai raggi del mattino, le candide vele delle barche ed i remi che fendevano le onde; dall'altra, i boschi, la loro freschezza, le vaste pianure, e le azzurre montagne che tingevansi dello splendore del giorno.

Respirando quell'aria pura, le sue guance si colorirono di porpora, e facendo la sua preghiera: « Chi ha mai potuto inventare i conventi? » diss'ella; « chi ha potuto pel primo persuadere ai mortali di recarvisi, e col pretesto della religione, allontanarli da tutti gli oggetti che l'ispirano? L'omaggio d'un cuore riconoscente è quello che ci chiede Iddio; e quando veggonsi le sue opere, non si è grati? Non ho mai sentita tanta divozione, in tutte le ore noiose, trascorse in convento, come nei pochi minuti che ho passati qui. Io guardo intorno e adoro Iddio dal fondo del cuore. »