— « Vi è un altro ritratto di questa, » soggiunse, « ed è in una delle stanze chiuse. Fu fatto prima del suo matrimonio, e voi le somigliate assaissimo. »

La fanciulla mostrò desiderio di vederlo, e Dorotea rispose che non aveva coraggio di entrare in quell'appartamento. Emilia le rammentò che, il dì innanzi, il conte aveva parlato di farlo aprire. La custode convenne allora d'andarlo prima a vedere con lei.

La notte era molto avanzata, e Emilia troppo commossa dal racconto inteso per visitare così tardi quel luogo. Pregò dunque la vecchia di tornare la notte seguente. Oltre il desiderio di vedere il ritratto, sentiva un'ansiosa curiosità di visitare la camera ov'era morta la marchesa, e che, secondo Dorotea, era rimasta nel primiero stato. La commozione che le cagionava l'aspettativa di una tale scena, era allora conforme allo stato del di lei spirito. Oppressa dal cambiamento della sua sorte, gli oggetti piacevoli aumentavano la sua malinconia in vece di dissiparla; forse aveva torto di piangere sì amaramente un infortunio inevitabile; ma veruno sforzo della ragione valeva a lasciarle scorgere con indifferenza l'avvilimento di colui che aveva già stimato ed amato con tanto trasporto.

Dorotea promise di tornare la notte seguente colle chiavi dell'appartamento, e si ritirò.

Emilia restò alla finestra, meditando tristamente sul destino dell'infelice marchesa, ed aspettando ansiosa il ritorno della musica notturna. La calma non fu turbata se non dallo stormir delle frondi agitate da lieve brezzolina. La campana del convento suonò mattutino, e Emilia se ne andò a letto cercando nel sonno l'oblio della dolorosa storia della marchesa di Villeroy.


CAPITOLO XLII

La notte seguente, all'istessa ora circa, Dorotea venne a prendere Emilia e portò le chiavi dell'appartamento della marchesa, che si trovava dalla parte opposta, al nord. Dovevano passare vicino alle stanze della servitù, e Dorotea desiderava sfuggire alle loro osservazioni. Volle dunque aspettare un'altra mezz'ora ond'assicurarsi che tutti i servitori dormissero. Era quasi un'ora dopo mezzanotte allorchè si misero in cammino. Dorotea andava innanzi e portava il lume; ma il suo braccio, indebolito dal timore e dalla vecchiaia, tremava sì forte, che Emilia, presa ella stessa la lucerna, s'offrì a sostenere i di lei passi mal sicuri. Bisognava scendere lo scalone, traversare gran parte del castello, e salire l'altro situato al nord. Non incontrarono nulla che alterasse vie maggiormente la loro agitata fantasia, e giunte in cima alla scala Dorotea mise la chiave nella serratura. « Ah! » diss'ella sforzandosi di girarla; « è chiusa da tanto tempo, che forse la ruggine non ci permetterà di aprirla. » Emilia però, più destra di lei, girò la chiave, aprì la porta, ed entrarono in una stanza antica e spaziosa.

« Dio buono! » disse Dorotea nell'entrare; « l'ultima volta che son passata da questa porta, io seguiva la salma della mia povera padrona! »