Le guide presero la torcia per iscuoprirne il sentiero. Il conte, Bianca e Santa-Fè restarono appiè della rupe, e gli uomini deliberarono in segreto, se, trovandone anche la strada, la prudenza, permetteva d'entrare in un edifizio che poteva anche essere un covo d'assassini. Rifletterono nondimeno che il loro seguito era numeroso e ben armato, e calcolando il pericolo di passar la notte a cielo scoperto, esposti alla pioggia ed alla burrasca, risolsero cercare ad ogni costo di farsi ricevere.

Un grido delle guide fissò la loro attenzione. Un servo tornò ad annunciare la scoperta della strada; si affrettarono dunque raggiungerle salendo un angusto sentiero in mezzo ai cespugli ed ai rovi. Dopo molta fatica, ed anche con pericolo, giunsero sullo spianato. Alcune torri rovinate, circondate da un grosso muro, si offersero ai loro sguardi. L'esteriore di quell'edifizio annunziava un totale abbandono; ma il conte, conservando tutta la sua prudenza, disse sottovoce: « Camminate piano finchè abbiamo esaminato questi luoghi. » Si trovarono tosto in faccia ad un'immensa porta rovinata. Dopo qualche incertezza penetrarono in un recinto dove sorgea il fabbricato. Riconobbero allora che non era un semplice posto, ma un'antica fortezza abbandonata, di stile gotico; le sue torri erano enormi e le fortificazioni in proporzione. L'imponenza dell'edifizio risaltava ancor più per la rovina e la degradazione dei muri quasi distrutti, e pel disordine delle macerie sparse qua e là nell'immenso recinto solitario e coperto d'erbe selvatiche. Nel cortile d'ingresso un'annosa querce giganteggiava. La fortezza era stata importantissima: essa dominava il vallone, poteva arrestare il nemico e difendersi con facilità. Il conte, esaminandola attentamente, restò sorpreso di vederla negletta. Tanto abbandono e tanta solitudine gl'inspiravano malinconia. Mentre continuava le sue osservazioni, gli parve di distinguer voci nell'interno. Considerò la facciata, e non vide alcun lume. Fatti alcuni passi, udì latrare un cane, e parvegli riconoscer quello la cui voce li aveva guidati fin là, non si poteva più dunque dubitare che il luogo non fosse abitato; ma il conte, titubante, consultossi di nuovo con Santa-Fè. Dopo un secondo esame, le ragioni che li avevano decisi in principio, gli parvero convincentissime per tentar di passare la notte al coperto.

Bussarono dunque al portone: i cani ricominciarono ad abbaiare, ma nessuno rispose: tornarono a batter più forte, ed allora udirono un mormorio di voci lontane; pareva adunque che gli abitanti di quel luogo avessero udito battere, e le precauzioni che prendevano per rispondere, ne fecero concepire un'opinione favorevole. « Io credo che siano cacciatori, » disse il conte, « i quali abbiano cercato come noi un asilo in queste mura: sembra che temano in noi de' veri banditi: convien dunque rassicurarli. Noi siamo amici, » gridò ad alta voce, « e cerchiamo asilo per istanotte. » Allora udì camminare, ed una voce dimandò: « Chi va là? » « Amici, » rispose il conte; « aprite, e saprete tutto. » Fu tirato il catenaccio, si presentò sulla porta un uomo col lume in mano, vestito ed armato come un cacciatore, e disse: « Che cercate ad ora sì tarda? » Il conte rispose che aveva smarrita la strada, e che, se caso mai non potessero accordargli ricovero per poche ore, lo pregava ad insegnargli la via dell'abitazione o capanna più vicina. « Conoscete poco le nostre montagne, » rispose colui; « non se ne trova se non a qualche lega distante: io non posso insegnarvene la strada; e giacchè c'è la luna, cercatela da per voi. » Sì dicendo, accingevasi a chiuder la porta, quando parlò un'altra voce, ed il conte vide un altro lume, ed un uomo alla ferriata d'una finestra di sopra al portone. « Restate, amici, » disse questi; « vi siete smarriti, e senza dubbio siete cacciatori come noi. » Allora gli fu aperta la porta: alcuni uomini si presentarono all'ingresso dicendo al conte che entrasse ed invitandolo a passar la notte nella loro abitazione. Gli fecero un'accoglienza cortese, e gli offrirono di divider seco la loro cena già preparata. Il conte li osservava attentamente, e benchè circospetto, ed anche sospettoso, la stanchezza, il timore della tempesta, e sopra tutto la sicurezza che inspiravagli il suo numeroso corteggio, l'indussero ad accettar l'offerta. Fece entrar la sua gente, e furono condotti tutti insieme in un'immensa sala, illuminata in parte da un gran fuoco, intorno al quale stavano seduti due uomini in abito da cacciatore, che facevano arrostire carne sulla graticola, con alcuni cani accovacciati ai loro piedi. In mezzo alla sala eravi una gran tavola. Quando il conte si avvicinò, coloro si alzarono, ed i cani ricominciarono a latrare, ma, ad un cenno dei padroni, tornarono al loro posto.

Bianca osservava minutamente quella sala oscura e spaziosa, quegli uomini, e suo padre che sorrideva. « Ecco, » disse il conte, « un buon fuoco adattatissimo per l'ospitalità; la fiamma fa piacere dopo aver viaggiato molto per questi deserti selvaggi. I vostri cani sembrano stanchi: avete fatta una buona caccia?

— Secondo il solito, » rispose uno di coloro; « noi torniamo quasi sempre carichi di cacciagione.

— Son cacciatori come noi, » disse uno di quelli che avevano introdotto il conte; « eransi smarriti, ed io li accolsi dicendo che c'era posto per tutti.

— È vero, è vero, » rispose il suo compagno.

— V'ingannate, amico, » disse il conte; « noi siamo viaggiatori. Trattateci però come cacciatori, che ne saremo contenti, e sapremo ricompensare la vostra cortese accoglienza.

— Sedete dunque, » rispose un altro. « Giacomo, metti legna sul fuoco: mi pare che l'arrosto sia all'ordine. Dà una sedia a questa signorina: di grazia, assaggiate la nostra acquavite, ch'è di Barcellona, e di prima qualità. »

Bianca sorrise con timidezza, e non voleva accettarla, ma suo padre la prevenne prendendo egli stesso il bicchiere. Santa-Fè, seduto vicino a lei, stringendole la mano, la incoraggi con un'occhiata; ma ella occupavasi d'un uomo che taciturno vicino al fuoco, fissava costantemente Santa-Fè.