Ebbene, la tesi ch'io vi pongo a tutti, è l'educazione della donna.
La donna ha, come essere umano, diritto morale e giuridico di educazione e di istruzione.
Più, la proprietà femminile paga imposte al par della virile; ma siccome lo Stato non ha per lei educazione pubblica, non scuole tecniche, non ginnasii, non licei, non università; dunque lo Stato è colpevole, verso la donna, di furto.
Come proprietaria e contribuente, ha diritto d'equità, ad educazione assai più solida, ad istruzione assai più larga, che quella non sia che le è impartita oggidì.
Ed invero, chi oserebbe asserire che vi sia, al dì che corre, per la donna un'educazione, quando non si voglia chiamar tale ciò che in fatti non lo è; voglio dire la reclusione di quattro, sei, otto anni in un convento, cioè in un mondo artificiato, escendo dal quale non si può meglio dirsi educato, di quel che possa chiamarsi acclimatizzata una pianta di papiro in una serra d'Italia?
Chi oserebbe asserire, che v'abbia oggidì per la donna un'istruzione, quando non si voglia chiamar tale ciò che in fatto non lo è, che ci dà, sotto la frase solenne di studii di perfezionamento, poco più che i vocaboli delle scienze che non si insegnano?
Le funzioni dello spirito, dipendendo dallo stato normale degli organi, siccome appunto destinati alla estrinsicazione delle facoltà spiritiche, ne risulta, che lo sviluppo fisico sia un indispensabile preliminare e coadiutore allo sviluppo morale ed intellettivo.
Ora, chi oserebbe asserire, che vi sia per la donna qualche ginnastico esercizio che ne moderi la pusillanimità; o se non altro aria, moto e giuochi, tendenti e sufficenti al suo fisico sviluppo nei suoi istituti e peggio ne' suoi conventi, quando non si voglia chiamar tale ciò che infetti non lo è; cioè il breve sollazzo, che goder possono le fanciulle sotto il severo e meticoloso cipiglio monacale?
Vivendo quasi recluse con poca aria e meno moto, collo spirito non d'altro pasciuto che di pochi studii mal assortiti, che altro non sono che un dirozzamento: informate, o meglio sformate ai principii, perchè la metafisica loro è somministrata a larghe dosi in luogo di filosofia: allevate nel Buddismo più assai che al cristianesimo od alla ragione: impossibilitate a farsi un sano criterio per difetto di dati; per formarsi intellettivamente, moralmente e materialmente, non resta loro che di dar fine a questo simulacro di educazione, strano impasto d'elementi impossibili, per cominciarne un'altra, l'educazione del mondo, l'educazione dell'esperienza, l'educazione dell'osservazione, l'educazione insomma della natura; che se lasciata a sè stessa, procede nulla più che a passo di testuggine, ha, se non altro, il vantaggio ed il merito, di mostrar loro gli uomini, e le cose quali sono, e non ne falsa il criterio, non ne vincola la ragione, non ne atrofizza il cuore.
Qual meraviglia se da siffatta educazione esce la donna incompatibile colla famiglia; qual meraviglia, se avvezza al nebuloso linguaggio metafisico, vi fa gli occhioni sui più semplici dettami della filosofia, e simile ad un cavallo, che tutto adombra, freme e raccapriccia di ciò che non comprende, e s'atterrisce fin della sua ragione?