Era un bel giovine il Conte Del Pozzo; alto, diritto, bruno pallido, con i capelli neri a spazzola, i baffi arricciati in punta.

Il babbo di Lucia lo stimava assai; gli operai dello stabilimento gli volevano bene e l'obbedivano come altrettanti agnelli. Tutti lo portavano ai sette cieli.

«Credo ch'egli sia dotato d'un certo fascino!—pensava Lucia—E il fascino ha da essere tutto ne' suoi occhi strani!

Certi occhi grandi, di un colore fra il grigio e il verdastro, d'uno sguardo profondo, dolce e melanconico ad un tempo; certi occhi che non si potevano dimenticare.

No; non si potevano dimenticare; di questo Lucia era convinta e persuasa.
Il fascino egli lo doveva avere davvero negli occhi!…

Ma possedessero pure, quegli occhi, tutta la potenza affascinatrice che si volesse, a lei non avrebbero certo fatto nè caldo nè freddo.

Dovette convenire, arrossendo con un segreto inesplicabile rincrescimento, che il giovine ingegnere non l'aveva mai guardata in modo da far supporre in lui delle idee da affascinatore.

Si erano trovati così di rado insieme!… Ed anche quelle poche volte, egli, al di là del saluto rispettoso e di poche parole quasi d'obbligo, non aveva mai fatto nulla, manco con un'occhiata, per esprimere il benchè minimo desiderio di stare con lei.

Il suo fascino, se pure è vero che ce l'abbia, egli non pensa certo di usarlo con te!—le mormorò dentro una voce.—E—continuò la voce—faresti bene a non occuparti di lui, e lasciarlo in pace, poi che egli non si cura di te!

Lucia rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?… Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa quella che le andava blaterando simili scioccherie.