— Non ti odierò, — disse Vilia, — ma voglio scordare ciò che hai detto.

— Va bene, — rispose Claudia. — Ma fa che io non ti veda sfiorire ed intristire.

E con un bacio la lasciò.

II.

— Sfiorire ed intristire.... — Le due melanconiche parole ossessionarono Vilia per parecchi giorni. Ogni volta che si guardava nello specchio diceva a sè stessa: — Tu sfiorisci ed intristisci. — Poi i doveri della vita quotidiana la chiamavano, la distraevano; doveva ordinare il pranzo per Gino, riordinare la casa per Gino, mettere ordine nelle carte di Gino; doveva sorvegliare i compiti di Luciana, condurre a passeggio Luciana; ed ecco che quando andava a passeggio si accorgeva di non essere nè sfiorita, nè intristita. Tutti la guardavano; gli occhi degli uomini si fermavano su di lei insolenti ed insistenti, e le donne la fissavano, la studiavano, la analizzavano colla disapprovazione più lusinghiera.

La cura di Jodarsol consigliatale dal suo dottore — la cura derisa da Claudia — fece miracoli; Vilia non soffriva più nè di palpitazioni, nè di aritmie, nè di vertigini. E la vita le parve buona a viversi.

Claudia era andata in Sicilia con suo marito, e Vilia fu contenta di non vederla più.

Un giorno, in Villa Borghese, incontrò Renzo Galimberti; lo vide appoggiato alla ringhiera del galoppatoio intento a guardare delle amazzoni che passavano al piccolo trotto. Vilia sentì una improvvisa voglia di ridere al pensiero che Claudia l'aveva chiamato un «Institut de Beauté».

Il giovane Galimberti la scorse e la salutò; poi, vedendola così rosea e ridente, si avvicinò premuroso e offerse di accompagnarla.