Vilia, vestita di giallo e nero, pranzò sola con Luciana, la quale fece molti capricci e pianse e dovette essere mandata a letto prima delle frutta.
Vilia girellò un poco per sala e salotto, suonò un poco il pianoforte, lesse un poco il Giornale d'Italia, poi fece i conti colla cuoca, si tolse la veste gialla e nera e si coricò. Disse a sè stessa che la vita era una vacua e noiosa istituzione; e nella notte ebbe nuovamente dei ronzii nelle orecchie e delle palpitazioni di cuore.
Da parte sua Gino si seccò molto col suo deputato che non s'interessò affatto al Credito Fondiario; la cucina di casa Ricci essendo detestabile — il vecchio Ricci era stato in Inghilterra e voleva sempre le salse al curry indiano — Gino mangiò poco, digerì meno, e tornò a casa di cupo umore. Andò da Vilia per farsi consolare e la trovò sveglia, ma fredda e sarcastica; e per di più assolutamente scettica riguardo alla storia del deputato.
— Ma fammi il piacere.... ma che deputato! non parlarmi di deputati.
— E di che cosa devo parlarti? — brontolò Gino, togliendosi la cravatta. — Del curry indiano?
Vilia voltò le spalle e si sprofondò nei cuscini.
— Io conosco la signora Ricci; è un'isterica che ti vuole nella sua collezione. E tu te ne compiaci, la incoraggi, la lusinghi....
Il curry indiano è cattivo consigliere. Gino uscì dalla camera sbattendo l'uscio e andò a dormire nella stanza degli ospiti accanto alla sala da bagno. Lasciò aperte le imposte e si coricò.
Dalla finestra circondata d'edera entrò lungo la notte un avventuroso insetto, che porta il nome imponente di «formica punzaiola». Questo girò nel buio lungo la parete, soffermandosi, voltando la testa in qua e in là, aprendo e chiudendo le piccole forbici maligne; girò nello spiraglio della porta socchiusa che metteva alla sala da bagno, e, continuando la sua peregrinazione, avvertì che la parete di mattonelle di maiolica offriva ai suoi passi una sgradevole superficie lucida e bianca; affrettò il passo, tastando colle pinze frementi le mattonelle fredde, e scese correndo verso un rifugio più grato. Lo trovò in una spugna, piacevolmente soffice, un poco umida, piena di ombrosi corridoi; e penetrandovi frettolosamente, inconscia arbitra di due destini, vi si annidò.
L'indomani mattina Vilia si svegliò presto, ma non aprì subito gli occhi. Collo spirito ancora sommerso nel dormiveglia, tentava di ritardare l'ora del ritorno alla cruda vita mattutina, riluttante a lasciare le vaghe luminosità dei sogni per rientrare nell'aspra e materiale realtà giornaliera. Con senso fastidioso udiva battere un tappeto nel cortile, udiva nell'appartamento sopra al suo l'andirivieni di passi e lo smuovere di mobiglio. Indefinitamente, nebulosamente sentiva che era meglio dormire che svegliarsi; nello sfondo del suo pensiero ancora assopito vi era come un senso premonitore di cose disaggradevoli che l'attendevano sulla porta del giorno.