Il battito del tappeto continuò, irritante, insistente; e, nell'appartamento vicino la figlia dell'ingegnere fece i due soliti accordi al pianoforte, preludianti alle solite scale.

Vilia sospirò e aprì gli occhi. Era sveglia.

Che c'era di sgradevole a ricordarsi? Ah sì! Gino. Gino non era tornato a pranzo iersera. E, tornato, era stato antipatico e scortese. La Ricci.... già, la Ricci. E lei, Vilia, aveva passato il pomeriggio stupidamente a lucidarsi le unghie, ad aggiustarsi la faccia e ad arricciarsi i capelli, e poi aveva passato la serata stupidamente sola. Dunque, dalle quattro del pomeriggio alla mezzanotte quando s'era addormentata, otto ore gettate via; buttate nel vuoto, sprofondate nell'abisso. Otto ore non vissute e che non tornerebbero mai più. Che spreco, che sciupìo! Alla sua età non doveva permettersi di questi lussi. Alla sua età ogni ora della vita dovrebbe contare; non si poteva gettar via così il terzo d'una giornata....

Alla sua età! Odiose parole. Le pareva di non avere ancora incominciato a vivere, e già doveva dire di sè — perchè, tanto, gli altri lo avrebbero detto — «alla mia età non si fa questo.... non si fa quello».

Col subitaneo istinto di chi annega e stende la mano a un'asse di salvezza, il suo pensiero corse a Gino. Gino era buono; Gino l'amava; Gino l'avrebbe sempre amata. La Ricci non lo interessava affatto; la Ricci non serviva che di pretesto a Vilia per qualche rara rappresaglia, quando, ogni tanto, sentiva il bisogno di tempestare un pochino, di fare qualche piccolo litigio.

Vilia si alzò rapida e si vestì.

Gino che aveva dormito male nel letto non suo, e a cui bruciava ancora il ricordo del deputato, del curry e dell'ingiustizia di Vilia, si alzò anche più tardi ed entrò frettoloso e rabbioso nella sala da bagno. Trovò il bagno preparato, la stufa a gas accesa, la bottiglia dell'acqua di Colonia a portata di mano, e subito il suo rancore cadde e si spense. Vilia si era pentita, aveva fatto onorevole ammenda; Vilia era un angelo, la Ricci era una bestia, la Ricci che gli serviva un curry indiano e un deputato ancora più indiano — puh!

Gino con un colpo del piede gettò lontane le pantofole come se fossero state la signora Ricci, scagliò via il pygiama come se fosse il deputato, e risolvette che dopo il bagno sarebbe andato a baciare le mani a Vilia e dirle che l'adorava.

Come al solito, prima di entrare nel bagno afferrò la spugna, la tuffò nell'acqua e se l'applicò sulla faccia. Subito sentì correre sulla guancia una cosa, e si sbattè la mano sul viso; la cosa gli corse nei baffi e sull'altra guancia. Che cos'era? Gino si guardò nello specchio. Era una «forbice», era una formica punzaiola uscita dalla spugna!

— Porcheria! — urlò Gino, gettando da sè la spugna e sbattendosi dal collo la bestia che gli correva verso l'orecchio. Gino sentì la sua pelle nuda incapponirsi. Non solo schifo aveva, aveva anche paura! Una vecchia domestica gli aveva detto, anni fa, che quelle bestie entravano nelle orecchie e facevano impazzire la gente. Egli non aveva mai dimenticato quella disgustosa storia.