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Questo io pensavo, la sera di San Silvestro, mentre legavo i ricordi del passato alle speranze dell'avvenire, come un mazzo di fiori da offrire ai Fati sulla soglia di un anno nuovo.
E tra i ricordi ne sorgeva uno, della mia lontana infanzia.
Eravamo un gruppo di bambini nel giardino di Park House a Norwood; e ciascuno diceva ciò che avrebbe desiderato essere quando sarebbe grande.
— Io sarò pittore, — disse Arnaldo, il maggiore di noi sette. — Ed io cavallerizzo, — dichiarò Ferruccio. — Io palombaro, — disse Anselmo. — Io sarò capo di una tribù di pellirossi, — disse Eva, ch'era fantasiosa e selvaggia. E rivolta a me ch'ero la più piccola, e tacevo: — E tu, Annie, cosa vuoi essere?
— Felice, — diss'io.
Tutti tacquero un momento, riflettendo. Poi il futuro cavallerizzo disse: — Che sciocchina! La felicità non è.... una professione.
Allora io, mortificata, dissi subito che volevo essere padrona di una pasticceria; e questo mi riabilitò agli occhi dei miei fratelli.
Ma un po' più tardi chiesi ad Anselmo: — Che cos'è una «professione»?
— Una professione.... — spiegò lui, con pittoresca ambiguità, — è quello che s'impara ad essere.