— È vero, — dice Dora con un sospiro.
— Strano a dirsi, quasi tutte le «Amatrici» preferirebbero appartenere alla categoria delle «Amate....» ed hanno torto.
— Hanno torto? — esclama Dora. — Perchè?
— Mia cara, la felicità della donna più amata che amante, è apparente più che reale. Non è forse più felice l'artista che il suo modello? Non dovremmo noi preferire all'inerzia passiva dell'ispirare una passione, lo struggimento divino del risentirla?
— Mah!... — dice Dora stringendosi nelle spalle.
— Eppure, troviamo che le «Amatrici», le donne nate col fuoco sacro della passionalità nel cuore, guardano con invidia, invece che con pietà, le fredde e passive loro sorelle — le «Amate» — che come statuette d'amianto, s'ergono illese tra le fiamme dell'amore altrui, insensibili alle passioni ch'esse ispirano senza condividerle.... Perchè, bada bene, non appena le condividono, ecco che passano anche esse nell'altra categoria, quella delle «Amatrici....» e allora devono seguire un corso di lezioni del tutto diverso....
— Comincio a confondermi, — dice Dora, fissandomi con occhi alquanto vacui. — Lìmitati a spiegarmi il tuo «corso di Felicità per le Amatrici». — (E noto che Dora arrossisce).
— Questo, — sentenzio io, — si suddividerà in tre classi: la felicità cinica; la felicità magnanima; e la felicità assoluta. Alle allieve che prescelgono la «felicità cinica» si insegnano vari precetti, utili ad evitare gli amori sfortunati. Per esempio: La donna, nella relazione amorosa, sia sempre l'ultima a cominciare e la prima a finire; cioè, non s'innamori mai lei per la prima, nè si disinnamori lei per l'ultima. — (Vedo le labbra di Dora che si muovono ripetendo sottovoce questo saggio ammonimento). — Secondo precetto: «Non correre mai appresso a un uomo nè a un tram, perchè ce n'è sempre un altro che segue....». E così via.
— Cinico davvero, — dice Dora. — Passiamo all'altra classe.
— La felicità magnanima? In questa classe impareremo a trovare in noi stesse tutta quella gioia che, erroneamente e illogicamente, abbiamo l'abitudine di esigere che altri ci diano. Una volta convinte che ogni gioia deriva da ciò che noi sentiamo, e non da ciò che gli altri sentono per noi, si arriva a non preoccuparsi se, o no, il nostro amore è contraccambiato. È una forma, questa, di superiore e sagace egoismo. — Io sono brutta? Che importa! Purchè colui ch'io amo sia bello. — Io non gli piaccio? Che importa! Pur ch'egli piaccia a me! — Egli mi è lontano? Ma io lo tengo chiuso nei miei pensieri dove lo trovo quando voglio. — Si noti che queste teorie, esposte con tutta franchezza all'oggetto amato, hanno un altro vantaggio. L'uomo, lo sappiamo, è assai vano. Quindi non accadrà mai che, di fronte a un simile atteggiamento, l'idolo mascolino non finisca col commuoversi. Egli si dirà che questa donna che l'ama senza scene, senza pianti, senza rimproveri, senza esigenze, che gli parla sempre di lui, approvando tutto ciò ch'egli fa, ammirando tutto ciò ch'egli dice, in fondo lo interessa più di un'altra. Egli si abituerà a mirarsi in lei come in uno specchio — uno specchio alquanto adulatore — e così avverrà che un giorno l'«Amatrice magnanima» si troverà d'un tratto promossa nella categoria delle «Amate»!