— Oh, guarda un po', — mormora Dora, impressionata. — Hai forse ragione.
— Ed ora veniamo alla terza classe: la felicità assoluta. Qui si avrà l'insegnamento più prezioso di tutti; qui si insegnerà alla donna ad amare unicamente ciò che ha. Amica mia, quando noi avremo imparato a dirci che la cosa, o l'essere, che possediamo è l'unico che desideriamo, quando saremo convinte che ciò che ci appartiene, per il solo fatto che è nostro è l'unico degno del nostro amore — ecco che avremo trovato invero il segreto della felicità!
— Va bene, — ribattè Dora, dopo un attimo di silenzio, — ma se questa cosa, se questo essere, che oggi è nostro.... domani ci sfuggisse....
— Ah! — rispondo io, — appena ci sfugge, non è più nostro; quindi, automaticamente, cessiamo di amarlo. E cessando di amarlo cessiamo — o evitiamo — di soffrire. Del resto, ciò che è nostro bisogna saperlo tenere. E lo si tiene appunto colla felicità. Colla felicità nostra! Poichè non è che la donna felice che può rendere felici gli altri. Credimi; la Malinconica, la Rassegnata, la Sacrificata, nella vita quotidiana, è un tribolo a sè stessa e un tormento agli altri.
Dora ride e mi abbraccia.
Da quel giorno Dora ed io cogliamo la gioia a piene mani dovunque la troviamo; ed è sorprendente in quanti e quali angoli vicini e remoti la troviamo, per quanti sentieri romiti e battuti essa sboccia e fiorisce!
Volgi il capo, sconosciuta amica mia che leggi, e vedrai che tu pure già ne hai piena la casa, il giardino e il cuore....