Già, egli sorrideva poco. E non rideva mai.
In quello stesso pomeriggio venne nel giardino del Miravalle il conducente Ciocca da Pianazzo; teneva per le redini un cavallo da sella per una delle tre signore Serra-Zanetti che abitavano l'albergo. Ma poichè il tempo si guastava, la signora non volle uscire e il buon Ciocca se ne tornava via col suo cavallo allorchè, uscendo dall'albergo con Carducci per andare a pranzo alla «Cascata», io lo vidi.
— Lascia stare quel cavallo, — mi disse subito Carducci scorgendolo da lontano; poichè io avevo l'abitudine di accarezzare il muso ad ogni cavallo che vedevo. Anche in città, egli s'irritava molto a vedermi andare con mano tesa verso tutti i cavalli di «brum»; e sempre, avvistando qualche malinconico ronzino fermo accanto al marciapiede colla testa bassa e un ginocchio ripiegato, Carducci esclamava da lontano: — Lascia stare quel cavallo.
Ma era impossibile lasciar stare il cavallo di Ciocca, fermo nel giardino a portata di mano, che aveva un naso marrone, lungo e aristocratico, un ciuffo tagliato a frangetta e una stella bianca in mezzo alla fronte.
Poichè si andava verso Pianazzo, Ciocca mi offerse di montare ed io con entusiasmo accettai.
Ma nè lui, nè Carducci sapevano farmi montare in sella; e stavo per l'appunto ignominiosamente tentando di arrampicarmici coll'aiuto di una sedia portata da un cameriere, allorchè apparve Giacosa, che accorse e con pronta destrezza mi issò in arcione.
— Che strana sella, — osservai, quand'ebbi il piede nella staffa e le redini incrociate all'inglese sulle dita. — Mi pare che vi sia un corno di troppo.
Giacosa rise. — Paese che vai.... corna che trovi, — disse. E si volse a Carducci con un sorriso.
Ma «l'Orco» aveva subito assunto la sua fisonomia dei momenti foschi. Con occhi lampeggianti e feroci squadrava il professore.
— Come sarebbe a dire? — domandò con voce fremente.