— Sarebbe a dire niente, — rispose l'affabile Piero.
Quella serenità parve incollerire ancor più Carducci. Lo vidi stringere le mascelle e chiudere i pugni.
— Misericordia!... — pensai, — bisogna intervenire! — E dall'alto del mio cavallo (ricordando il successo della mattinata) sentenziai: — «Del pollo il vol....»
Ma non essendovi alcun pollo la frase mancò totalmente il suo effetto e la collera di Carducci non si placò.
Giacosa ebbe il cortese pensiero di allontanarsi rapidamente, ed io cercai con furtivi calci di far impennare il cavallo di Ciocca onde creare una diversione.
Ma il cavallo non era di quelli che s'impennano. Era un cavallo pensieroso e circospetto che ogni momento si fermava a scacciare con un calcio languido qualche mosca che lo disturbava.
— Aspettate, Ciocca, — dissi, — questo cavallo vuol sedersi a guardare la vista. Preferisco scendere.
— No, no! — esclamò Ciocca, afferrando la redine e trascinando il letargico quadrupede per la via maestra. — Stia pur su. Non abbia paura!
Paura, io, che montavo come un fantino!...
Così, scortata da un lato da Carducci e dall'altro da Ciocca che mi teneva le redini, proseguimmo nel sole del tramonto; e in cuor mio pregai che nessuno c'incontrasse. Ma per fatalità tutti i villeggianti di Gressoney, di Saint-Jean e della Trinité parevano essersi dati convegno in quell'ora su quella strada. C'era il dottor Ry, c'era il professor Vivante, c'era il giovane Dezza, c'erano tutte le signore e le signorine della vallata. La mia vergogna era grande. — Se mi vede anche la Regina, muoio, — pensai.