Ma la Regina non uscì dalla luminosa Villa Peccoz e, come il cavallo volle, si arrivò all'Albergo della Cascata.

Umiliatissima mi lasciai scivolare dalla sella e misi piede a terra.

— Tu monti molto bene, — disse Carducci, che aveva scordato le sue ire. — Guardandoti, pensavo alle Valchirie.

Allora, per fargli piacere quasi ogni giorno Ciocca portò all'albergo uno dei suoi alti ed asimmetrici bucefali ed io salivo in sella e uscivo per sentieri e praterie, mentre Carducci camminava accanto senza parlarmi e senza guardarmi, mormorando tra sè e sè, gesticolando un poco, pensando o componendo.

«Bionde Valchirie, a voi diletta sferzar de' cavalli,

Sovra i nembi natando, l'erte criniere al cielo....»

. . . . . . .

Sull'altipiano della Trinité una sera si fermò a guardare le cascatelle che tutt'intorno dall'alto delle rocce scaturivano scintillanti, incendiate dallo splendore del tramonto.

— Guarda l'oro sull'acqua, — mi disse.

Obbedii. — Non è acqua, — osservai (a Carducci dicevo tutte le fanciullaggini che mi venivano in mente). — Lassù in alto stanno sdraiate supine le fate, e lasciano pendere lungo le rocce i loro capelli sciolti.