— Sarà così, — disse Carducci contemplando le cascate increspate e rutilanti e facendosi schermo agli occhi colla mano. — Sarà precisamente così. Lo dirò anch'io.

E difatti lo disse più tardi in una lettera a me. Quella lettera è ristampata nelle sue Opere col titolo «Elegìa del Monte Spluga».

L'estate finì; e Carducci doveva ritornare a Bologna. Ma io volli rimanere a vagabondare pei monti, nel freddo e nelle bufere.

Lo vedo ancora alla partenza, seduto in carrozza — e Ciocca già a cassetta — guardarmi con quegli occhi vividi e sempre un poco corrucciati sotto l'ombra del grande feltro.

— Addio, — mi dice, alzando il cappello e scoprendo le grige chiome.

— Addio, caro Orco. — E soggiungo: — Vi ringrazio di essere stato così paziente e buono con me.

— Va, bene, — dice lui. E ripete — Addio. — Poi volge lo sguardo in giro sulla spianata dove tutto è gelido e scintillante, sugli abeti già incappucciati di bianco e sull'immensa cerchia di cime algide nel cielo freddo. Certo, io gli appaio solinga e sperduta in tutto quel grandioso biancheggiare, poichè d'improvviso, rivolto ai monti e al cielo, e stendendo la mano come se volesse additarmi a loro, grida:

— Ecco la piccola Annie che se ne va tutta sola, per il mondo pieno di neve!

Ciocca fa turbinare la frusta in un gran gesto che a Carducci piace, e i cavalli partono al galoppo verso la valle.

Io resto sola nel mondo pieno di neve. Ma mi sembra che Carducci mi abbia raccomandata alla cura dei giganti montani, e mi par di sentire che essi si chiudano amici e protettori intorno a me.