Quando sotto alle nevi le capanne spariscono, piegano i pini, si spezzano i fili telegrafici e sui «Pass» non si passa più, io, in una slitta aperta — ritta, rigida e gelata accanto a due guide e un pecoraio — scendo alla valle.

A Pont-Saint-Martin il proprietario dell'«Albergo Posta» mi accoglie stupefatto, e corre a prepararmi un thè di tiglio fumante col kirsch. Sua moglie mi sveste degli abiti irrigiditi e gelidi, e appena sono a letto riappare con una boccia d'acqua calda in una mano e una grande fetta di lardo nell'altra.

— Questo per i piedi e questo per lo stomaco, — dichiara risoluta.

Inorridisco.

— Ma è impossibile ch'io mangi quella roba! — dico coi denti stretti, contemplando la fetta di grasso che le penzola bianco e lucido dalla mano.

— Ma che mangiare! — esclama lei, ridendo; e, maternamente, me lo applica sul petto. — Non vorrà mica morire di polmonite!

Il tiglio, il kirsch, la boccia e il lardo esplicano i loro benefici effetti e al mattino mi sveglio gaia e affamata.

Prendo il treno per Milano, dove fa molto più freddo che a duemila metri d'altitudine, e dove — non più difesa dai miei giganti amici — il Naviglio mi getta al collo il suo abbraccio di grigia umidità.

Mi ammalo; ho la febbre, la tosse. Invoco il tiglio e il lardo; invano! Il dottore mi prescrive altri rimedi.

Al mio capezzale siede una dolce amica mia e di mia madre: Emilia Luzzatto. Sono stata a scuola coll'unica sua figlia, Evelina — rapita dalla tisi nello sbocciare dell'adolescenza — ed ella mi adora.