— -E che nome vuoi dargli?

— Voglio chiamarlo: «O Sauro Destrier della Canzone».

— È troppo lungo — disse Carducci. — E poi non è sauro.

Il professore suggerì molti nomi classici: Pegaso.... Chirone.... Bellerofonte.... e vidi che Carducci si stancava e s'impazientiva.

Allora tagliai corto.

— Che ne direste, caro Orco, se gli dessimo il vostro nome? Mi pare che nello sguardo.... e forse nel carattere.... assomigli un poco a voi. Potremmo chiamarlo «Giosuè Cavallo», per distinguerlo da «Giosuè Poeta».

Carducci tornò di buon umore. — Sta bene, — disse. — E adesso basta. Io devo trovarmi alle quattro col marchese Visconti Venosta a visitare il Castello Sforzesco.

E con un breve gesto di saluto se ne andò.

Il professore mi salutò anch'esso frettolosamente, e lo seguì.

E io?... E il cavallo?... Dove l'avrei portato? Che cosa ne avrei fatto? Ero ospite in casa della mia cara amica, signora Luzzatto, che abitava un piccolo appartamento in via Borgo Spesso. Mi vedevo, io, arrivare alla sua porta con quel cavallo!... Spiegai al cavalier Rossi la situazione, ed egli fu gentilissimo; si offrì di tenerlo al Tattersall finch'io non avessi trovato una scuderia conveniente. Avrei semplicemente pagato la pensione. Un'inezia! Dodici lire al giorno.