Rise tanto ch'io fui molto offesa. Mi alzai con dignità; avrei voluto uscire, con tranquilla alterezza, dalla presenza di quello stolto giovinetto ridacchiante.... ma dove andare? Non c'era che da avviarmi altezzosa verso la porta colle due iniziali....
In quel momento ecco da lontano il brontolìo, il rullìo, il fischio del treno da Ginevra. Il capostazione smise di ridere e mormorò tra i denti un'amara esclamazione.
Con clamore e clangore, con stridìo e cigolìo il treno entrò nella stazione e si fermò, con un lungo sospiro stridulo in scala discendente.
Restammo entrambi silenziosi, immobili, ascoltando. Non altro rumore ci giungeva traverso le mura massicce della stazione — non voci, non passi — nulla eccetto il profondo, asmatico respiro del treno. Allora il capostazione alzò le mani alla bocca e con due dita, allargando le labbra, emise un lungo e potente sibilo. Lo ripetè tre o quattro volte. Nulla! Aspettammo irrigiditi una risposta, un suono. Nulla.
Allora io mi rimisi a gridare con quanta voce avevo (e mi pareva fievole e poca) e non sapendo che cos'altro gridare, gridai alternatamente: «Aiuto!» e «Lucien!...» A mia grande mortificazione vidi che quell'uomo se ne divertiva; anzi non gli riusciva più di emettere il suo fischio perchè le labbra gli tremavano nel riso.
Un rintocco di campana e il treno, sibilante e rantolante, si mosse. Ben presto il pulsante battito si fece più ritmico, più rapido, più lontano.... e il silenzio ricadde.
Restammo per un gran pezzo immobili, impietriti.
— E adesso? — diss'io di nuovo.
L'altro non rispose.
— Quanto tempo dovremo restar qui?